di Giuseppe Gagliano –
L’Iran ha respinto la proposta di cessate il fuoco trasmessa dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, confermando come il conflitto con gli Stati Uniti abbia ormai superato la questione nucleare per trasformarsi in una sfida sul controllo delle rotte marittime, delle infrastrutture energetiche e degli equilibri strategici del Medio Oriente.
Per Teheran, accettare una tregua senza affrontare il tema dello Stretto di Hormuz significherebbe rinunciare alla principale leva di pressione nei confronti degli Stati Uniti e delle monarchie del Golfo. L’Iraq continua a proporsi come mediatore, ma resta in una posizione estremamente delicata, stretto tra l’esigenza di mantenere i rapporti con Washington e quella di evitare che il proprio territorio diventi una piattaforma per operazioni contro l’Iran.
Intanto gli Stati Uniti hanno esteso per la tredicesima notte consecutiva i bombardamenti fino alla costa iraniana del Mar Caspio, dimostrando la capacità di colpire l’intero territorio della Repubblica islamica. L’obiettivo appare quello di disperdere le difese iraniane e aumentare la pressione militare, ma gli attacchi non hanno finora impedito a Teheran di continuare a sostenere i propri alleati regionali e di mantenere la minaccia contro le basi statunitensi nell’area.
Le dichiarazioni di Donald Trump, che ha prospettato operazioni ancora più estese, riflettono il tentativo di aumentare la pressione politica e militare sull’Iran. Tuttavia una strategia fondata esclusivamente sull’escalation rischia di rafforzare la determinazione della leadership iraniana, convinta che qualsiasi concessione verrebbe interpretata come un segnale di debolezza.
Il confronto si concentra soprattutto sul piano marittimo. Lo Stretto di Hormuz e Bab al-Mandeb rappresentano i due punti più vulnerabili del commercio energetico mondiale. Le tensioni hanno già alimentato l’aumento del prezzo del petrolio e dei costi assicurativi e di trasporto, mentre gli attacchi degli Ansar Allah nello Yemen contro il traffico navale nel Mar Rosso accrescono il rischio di gravi ripercussioni sulle rotte commerciali internazionali.
Le conseguenze economiche potrebbero estendersi ben oltre il Medio Oriente, colpendo Europa e Asia attraverso rincari energetici, pressioni inflazionistiche e maggiori costi logistici. Anche gli Stati Uniti, pur meno dipendenti dal petrolio del Golfo, risentirebbero dell’aumento dei prezzi sui mercati internazionali.
Resta inoltre il rischio di un coinvolgimento diretto di Israele e delle monarchie arabe del Golfo. Un eventuale ampliamento del conflitto trasformerebbe le basi militari statunitensi presenti nella regione in obiettivi prioritari della risposta iraniana, aumentando ulteriormente l’instabilità.
Nonostante la superiorità militare americana, Washington non ha ancora definito con chiarezza l’obiettivo politico finale della campagna. Senza una strategia diplomatica capace di accompagnare l’azione militare, il conflitto rischia di trasformarsi in una guerra di logoramento, nella quale l’Iran, pur incapace di prevalere militarmente, può prolungare lo scontro, aumentare i costi economici e mettere sotto pressione gli alleati regionali degli Stati Uniti.




