Iran. Trump sente Putin per provare a frenare la spirale israelo-iraniana

di Giuseppe Gagliano

Nel bel mezzo di una nuova ondata di attacchi tra Israele e Iran, un gesto che sa di diplomazia d’altri tempi ha tentato di inserirsi nello spazio ristretto della dissuasione: una telefonata di cinquanta minuti tra Vladimir Putin e Donald Trump. Avvenuta il 14 giugno, nel pieno della crisi, la conversazione ha riunito due leader che, pur da posizioni differenti, condividono oggi un approccio pragmatico, personale e disintermediato alle relazioni internazionali. Un colloquio denso, che ha toccato Medio Oriente, Ucraina e la possibilità, sempre più remota, di tornare a una qualche forma di negoziato multilaterale.
Secondo il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov, il presidente russo ha espresso una netta condanna nei confronti dell’operazione militare israeliana contro l’Iran, denunciandone il potenziale destabilizzante. “La spirale attuale – ha avvertito Putin – rischia di avere conseguenze imprevedibili per l’intero equilibrio del Medio Oriente”. Dall’altra parte della linea, Trump si è detto “molto allarmato”, ma non si è spinto oltre la condanna formale. Come sempre, la prudenza dell’ex presidente americano riflette la sua volontà di mantenere uno spazio negoziale con Israele, evitando di alienarsi il suo elettorato filo-israeliano in vista di un possibile ritorno alla Casa Bianca.
Tra i pochi elementi costruttivi del colloquio emerge il tentativo, ancora informale, di riattivare il dialogo sul nucleare iraniano. I due leader hanno confermato che i rispettivi negoziatori erano pronti a partecipare a un nuovo round di colloqui con mediazione omanita. Tuttavia, la sessione prevista per il 15 giugno è stata annullata, probabilmente a causa del deterioramento della situazione sul campo e dell’irrilevanza crescente dei canali multilaterali in un contesto dominato da attori militari e intelligence.
La Russia per parte sua ha ricordato di aver presentato in precedenza proposte concrete per un’intesa equilibrata sul dossier nucleare, ma queste sono rimaste lettera morta. Mosca continua a proporsi come garante di una soluzione diplomatica, ma le sue capacità di influenza si sono ridotte da quando ha spostato il proprio baricentro operativo sull’Ucraina e ha perso parte della credibilità nei confronti di Israele.
Trump non ha rinunciato a toccare un altro punto dolente: la guerra in Ucraina. Secondo quanto scritto sul suo account Truth Social, avrebbe invitato Putin a porre fine al conflitto, nel tentativo di rafforzare la propria immagine di leader capace di “fare pace” laddove l’amministrazione Biden ha fallito. Dal canto suo, Putin avrebbe ribadito la disponibilità russa a riprendere i colloqui con Kiev, ma solo dopo il 22 giugno, suggerendo un possibile evento o scadenza dietro questa data. Una finestra che difficilmente coinciderà con un allentamento reale sul terreno.
Al di là del merito, la telefonata rappresenta un’ulteriore conferma della centralità della diplomazia personale nel sistema internazionale post-pandemico e post-occidentale. Trump e Putin, al netto delle divergenze, condividono un linguaggio diretto, privo di vincoli ideologici, fondato sulla bilateralità e sul rapporto uomo a uomo. Una prassi che ha ormai sostituito, o almeno paralizzato, i meccanismi multilaterali della diplomazia classica.
Non è un caso che entrambi i leader abbiano espresso soddisfazione per il proprio rapporto personale, definendolo “professionale e utile” per affrontare anche le questioni più spinose. Ma questo stile ha un prezzo: la sostituzione delle istituzioni con le volontà individuali. In un contesto segnato dalla guerra in Medio Oriente, dal riarmo globale e dalla crisi dell’ordine internazionale, la telefonata tra Trump e Putin suona più come un’estrema risorsa che come l’inizio di una vera de-escalation.