di Giuseppe Gagliano –
Due settimane. È il tempo che Donald Trump si è concesso prima di decidere se l’America parteciperà direttamente alla guerra in corso tra Israele e Iran. Una finestra diplomatica, così la chiama la Casa Bianca, che però suona come un ultimatum. In un contesto in cui i droni volano, le centrali nucleari vengono colpite e le milizie minacciano di chiudere le arterie petrolifere globali, il margine per la trattativa sembra più retorico che reale.
La dichiarazione è stata letta dalla portavoce Karoline Leavitt, che ha cercato di dipingere il presidente come “pronto al dialogo ma non intimorito dall’uso della forza”. Una formula che ripropone il consueto dualismo muscolare di Trump: tenere aperti i canali diplomatici mentre si accumulano armi e pressioni. Non è un caso che, nella stessa dichiarazione, sia stato rilanciato l’allarme sul nucleare iraniano: “Teheran ha tutto ciò che serve, manca solo un ordine della Guida suprema e in due settimane potrebbe costruire l’arma”, ha dichiarato Leavitt. Un tempismo che appare tutt’altro che casuale.
Teheran da parte sua continua a negare di voler dotarsi di armi atomiche e insiste sul carattere civile del proprio programma nucleare. Ma nel frattempo il conflitto si espande. E non solo sul piano delle dichiarazioni.
Nel cuore del Medio Oriente le milizie sciite irachene, in particolare Kataib Hezbollah, hanno lanciato un avvertimento diretto a Washington: se Trump dovesse decidere di intervenire, le basi militari americane nella regione diventeranno “terreni di caccia alle anatre”. Il loro responsabile della sicurezza, Abu Ali al-Askari, ha minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb, due passaggi marittimi essenziali per il traffico energetico globale. Ha anche evocato attacchi ai porti petroliferi del Mar Rosso e azioni aeree imprevedibili contro velivoli americani. Non è solo retorica: sono parole che si inseriscono in un’escalation coordinata e potenzialmente devastante.
Nel frattempo un altro fronte si apre all’AIEA. Il capo dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, Mohammad Eslami, ha indirizzato una lettera durissima al direttore generale Rafael Grossi, accusandolo di complicità silenziosa con Israele. Eslami ha condannato l’inerzia dell’Agenzia davanti agli “attacchi barbari” contro i siti nucleari iraniani, in particolare l’attacco al reattore ad acqua pesante di Arak, e ha minacciato esplicitamente azioni legali personali contro Grossi, accusato di essere influenzato dalle potenze occidentali.
Si tratta di una mossa diplomatica dal peso non trascurabile: porta sul banco degli imputati non solo Israele ma anche la legittimità stessa dell’AIEA, accusata di piegarsi agli interessi strategici di Stati Uniti, Europa e Israele.
In questo quadro la decisione “differita” di Trump rischia di non significare nulla. Il conflitto si sta già allargando. I droni colpiscono, le milizie si mobilitano, gli stretti si minacciano. La domanda, a questo punto, non è se Washington entrerà nella guerra. Ma quanto a lungo potrà fingere di non esserci già.




