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Le parole di Donald Trump sull’Iran continuano a muoversi su registri diversi, spesso contraddittori, restituendo l’immagine di una strategia ancora fluida (eufemismo) mentre il conflitto entra in una fase più intensa. In una serie di dichiarazioni rilasciate tra sabato e domenica, il presidente statunitense ha offerto stime divergenti sulla durata degli attacchi militari contro Teheran e visioni non sempre coerenti su come potrebbe avvenire una transizione di potere nel Paese dopo l’uccisione mirata della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei.
Sabato, parlando ad Axios, Trump aveva ridimensionato l’orizzonte temporale dei bombardamenti, sostenendo che sarebbero durati “due o tre giorni”. Ventiquattr’ore dopo, in una breve intervista telefonica con il New York Times, il quadro è cambiato: secondo il presidente, Stati Uniti e Israele sarebbero pronti a sostenere l’assalto all’Iran “per quattro o cinque settimane”, se necessario. “Non sarà difficile”, ha assicurato, rivendicando la disponibilità di “enormi quantità di munizioni” distribuite “in tutto il mondo, in diversi Paesi”.
Le stime non sono state accompagnate da spiegazioni su come siano state elaborate, né su come si concilino tra loro. E non è una novità per Trump, abituato a snocciolare ultimatum a casaccio. L’intervista con il Nyt ha anzi rafforzato la sensazione di incertezza che attraversa l’amministrazione americana, sia sul piano militare sia su quello politico. Trump ha ribadito che il Pentagono dispone delle risorse necessarie per proseguire le operazioni, ma non ha affrontato le preoccupazioni, emerse in ambienti militari, legate al possibile esaurimento delle scorte considerate strategiche in altri scenari, come Taiwan o l’Europa orientale.
Sul futuro dell’Iran, il presidente ha evocato più volte l’esperienza del Venezuela come possibile modello. “Quello che abbiamo fatto in Venezuela, credo, è lo scenario perfetto, perfetto”, ha detto, riferendosi all’operazione che a gennaio ha portato alla cattura di Maduro lasciando però in piedi gran parte dell’apparato statale, poi resosi disponibile a collaborare con Washington. “Tutti hanno mantenuto il loro posto di lavoro, tranne due persone”, ha aggiunto, citando Maduro e la moglie.
Applicare quel modello a Teheran appare però tutt’altro che semplice. L’Iran ha una popolazione tripla rispetto a quella venezuelana, una leadership militare e clericale radicata dal 1979 e, soprattutto, un programma nucleare attivo. Gli stessi consiglieri di Trump, secondo quanto emerge, gli avrebbero fatto notare che le differenze culturali, storiche e strategiche rendono quasi impossibile replicare uno schema in cui il regime resta sostanzialmente intatto ma riallineato agli Stati Uniti. Nonostante ciò, il presidente continua a indicare il Venezuela come riferimento.
Nel corso dell’intervista, Trump ha anche affermato di avere “tre ottime scelte” su chi potrebbe guidare l’Iran, senza però nominarle. Alla domanda su un possibile ruolo di Ali Larijani, massimo funzionario per la sicurezza nazionale iraniano che ha annunciato la creazione di un comitato ad interim, Trump non ha risposto. In altri passaggi, ha delineato scenari diversi: da un lato l’ipotesi che le élite militari iraniane, comprese figure influenti dei Guardiani della Rivoluzione, consegnino le armi alla popolazione; dall’altro l’idea che sia il popolo iraniano a rovesciare autonomamente il regime. “Starà a loro decidere se farlo o meno”, ha detto. Una prospettiva che entra in collisione con il modello venezuelano evocato pochi minuti prima.
Trump ha parlato da Mar-a-Lago circa 36 ore dopo l’inizio del conflitto e ha ammesso che l’amministrazione si aspettava un numero maggiore di vittime americane. “Tre sono tre di troppo per me”, ha detto, riferendosi ai primi morti statunitensi, riconoscendo però che “le proiezioni” indicavano cifre potenzialmente più alte. “Ci aspettiamo delle vittime”, ha aggiunto.
Nonostante questo, il presidente ha mostrato fiducia nell’esito finale, sostenendo che l’Iran “è stato notevolmente indebolito, per usare un eufemismo”. Ha rivendicato l’uccisione di diversi leader militari iraniani e ha parlato di un colpo duro inferto alla marina, con la distruzione di nove navi e del quartier generale. Ha anche lasciato aperta la possibilità di revocare le sanzioni se la nuova leadership iraniana si dimostrasse un partner pragmatico.
Resta però irrisolta la questione centrale: chi e come dovrebbe governare l’Iran dopo Khamenei. Trump è stato vago, oscillando tra l’idea di una transizione controllata dall’esterno e quella di un cambiamento guidato dall’interno. “Non mi impegno in un senso o nell’altro; è troppo presto”, ha detto. “Abbiamo del lavoro da fare e lo abbiamo fatto molto bene. Direi che siamo decisamente in anticipo sui tempi previsti”.
* Fonte: agenzia Dire.











