
di Shorsh Surme –
L’imposizione di un ultimatum è spesso un modo per mettere alla prova la disponibilità dell’altra parte a cedere. Meno di un giorno prima della scadenza fissata da Trump per la cessazione della minaccia iraniana di chiudere lo Stretto di Hormuz, il presidente ha annunciato una svolta nei colloqui con Teheran. Secondo Trump, gli Stati Uniti avrebbero rinviato di cinque giorni l’attacco alle centrali elettriche e alle infrastrutture iraniane precedentemente minacciato, un rinvio che avrebbe garantito una settimana di relativa calma ai mercati azionari ed energetici, durante la quale si sarebbero svolti negoziati per raggiungere un accordo e porre fine alla guerra.
Trump ha già utilizzato la formula dell’ultimatum come preludio a un attacco almeno due volte: sia nella guerra intrapresa da Israele contro l’Iran lo scorso giugno, sia nel conflitto attuale. Ora, però, sembra che nessun accordo sia stato raggiunto. Gli iraniani continuano a presentare richieste considerate irragionevoli, nonostante le pesanti perdite subite, e negano l’esistenza di qualsiasi negoziato diretto: il portavoce dei Pasdaran ha affermato oggi che “Trump ha aperto colloqui con se stesso”, e che “l’Iran continuerà la guerra fino a vittoria completa”.
Il rinvio dell’ultimatum offre comunque a Trump il tempo necessario per valutare le sue opzioni, esplorare la possibilità di un’intesa e completare il dispiegamento delle forze navali statunitensi nella regione, nel caso in cui i colloqui fallissero nuovamente. In caso di rottura, Washington dispone di diverse opzioni di escalation, anche simultanee: l’ingresso forzato nello Stretto di Hormuz, la conquista dell’isola di Kharg e il bombardamento delle centrali elettriche. Il tutto al netto della imprevedibile risposta delle forze iraniane, che oggi sono tornate a colpire le basi Usa nella regione e hanno annunciato di aver centrato la portaerei Uss Lincoln, mentre la Uss Ford è in viaggio verso Creta per 14 mesi di riparazioni a causa, è la versione Usa, di un incendio in lavanderia.
Resta incerto cosa Trump si aspetti da Israele in questa fase. È noto che non impedirà a Tel Aviv di colpire obiettivi militari in Iran non legati al settore energetico. Mezz’ora dopo l’annuncio di ieri, infatti, l’aviazione israeliana ha lanciato un attacco contro Teheran.
Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025, Netanyahu ha esercitato una forte influenza sulle sue decisioni riguardo al confronto con l’Iran. Netanyahu ha dichiarato ieri sera che Trump ritiene possibile sfruttare il vantaggio militare per raggiungere gli obiettivi di guerra attraverso un accordo che tuteli gli interessi vitali di Israele. Eppure, in questa fase, gli interessi americani e israeliani non coincidono pienamente. Trump potrebbe accettare concessioni che Netanyahu non approverebbe. Il presidente Usa deve ora decidere se continuare a rischiare un maggiore coinvolgimento nel Golfo e una prolungata crisi energetica globale per ottenere una vittoria strategica più ampia in Iran.
Qualsiasi accordo volto a porre fine rapidamente alla guerra non raggiungerà l’obiettivo, molto discusso e poi abbandonato, del cambio di regime in Iran. A tre settimane e mezzo dall’inizio del conflitto, tale obiettivo risulta ora irrealistico. Trump ha dichiarato ieri che il cambio di regime sarebbe “di fatto” già avvenuto, sostenendo che “abbiamo ucciso il vecchio”, citando ironicamente George Costanza di Seinfeld: “Non è proprio una bugia se ci credi”.
Il presidente ha aggiunto che un buon accordo per porre fine alla guerra è a portata di mano. L’ostacolo principale, e per lui più preoccupante, è la revoca del blocco dello Stretto di Hormuz, e già oggi gli iraniano hanno annunciato un pedaggio di 2 milioni di dollari per ogni nave che intenda transitarvi. Tuttavia, questa è una carta che l’Iran può giocare solo per un tempo limitato e che userà certamente come leva per negoziare un cessate-il-fuoco.
Gli ostacoli più complessi riguardano invece il dossier nucleare, i missili e il sostegno “al terrorismo”, termine strausato da Netanyahu ma assai raramente da Trump. Prima della guerra, Teheran si era rifiutata di cedere sulla rimozione di 440 kg di uranio arricchito dal proprio territorio. Il problema è ora aggravato dal fatto che gli Stati Uniti vogliono impedire qualsiasi scenario che permetta alla nuova leadership iraniana di acquisire rapidamente armi nucleari quale garanzia di sopravvivenza del regime.
Finora, nonostante migliaia di obiettivi iraniani siano stati colpiti da Stati Uniti e Israele, il programma nucleare è stato attaccato solo sporadicamente, con l’eccezione del bombardamento dell’impianto di Natanz lo scorso fine settimana.
Nel frattempo, la guerra prosegue. In Libano il conflitto contro Hezbollah continua con l’esito di una carneficina tra i civili e le proteste del governo di Beirut, ma il movimento sciita sta dimostrando notevole resilienza e capacità militare. Pesanti bombardamenti sono stati lanciati dal Libano verso il nord di Israele, ferendo gravemente un civile a Kiryat Shmona.
A intervalli regolari, alti funzionari israeliani minacciano di infliggere danni devastanti al Libano e a Hezbollah qualora la guerra dovesse protrarsi. Hezbollah rappresenta una minaccia concreta e una sfida significativa per l’esercito israeliano, contrariamente a molte valutazioni precedenti.
Tuttavia la crescente preoccupazione generalizzata riflette anche un altro timore: che la fine della guerra in Iran possa essere compensata da un conflitto prolungato in Libano, perpetuando così lo stato di emergenza nella regione.











