Iran-Usa, l’accordo non chiude il conflitto: si apre una nuova fase della competizione strategica

di Shorsh Surme –

L’annuncio dell’accordo è il risultato diretto di un lungo processo di intensa mediazione diplomatica che ha coinvolto potenze regionali e internazionali, alimentato dalla crescente consapevolezza dei rischi di una continua escalation e della possibilità che il conflitto si trasformi in una crisi su vasta scala, difficile da contenere sia sul piano della sicurezza sia su quello geografico. Questo sviluppo rappresenta un tentativo collettivo di gestire la crisi e impedirne la degenerazione in scenari più complessi, senza tuttavia affrontarne le profonde cause strutturali. Anche qualora venisse finalizzato, l’accordo non può essere considerato una soluzione definitiva, ma piuttosto un riposizionamento tattico delle principali parti coinvolte. Gli Stati Uniti, in particolare nella narrazione politica associata a Donald Trump, tenderanno probabilmente a presentarsi come l’attore che ha ottenuto una vittoria con vantaggi strategici tangibili: l’indebolimento del nucleo del regime iraniano, il colpo inferto alla Guida Suprema e ai centri di comando, la riduzione dell’influenza delle Guardie Rivoluzionarie e il contenimento della proiezione regionale di Teheran, soprattutto attraverso Hezbollah in Libano. L’Iran, al contrario, cercherà di costruire una narrazione fondata sulla “resilienza strategica”, vale a dire la capacità di assorbire le pressioni statunitensi e israeliane senza cedere, imponendo un quadro negoziale che non richieda concessioni tali da compromettere il cuore del proprio progetto politico o della propria influenza regionale. Questa contrapposizione narrativa riflette la natura dei conflitti contemporanei, nei quali la dimensione militare si intreccia con quelle cognitiva e mediatica, facendo del controllo del racconto un elemento decisivo nella definizione della vittoria. Un’analisi realistica suggerisce tuttavia che il conflitto non si sia risolto, ma sia entrato in una nuova fase caratterizzata da una riduzione del confronto militare diretto e da un’intensificazione degli strumenti di pressione indiretta. Tra questi rientrano le sanzioni economiche, le strategie di logoramento di lungo periodo e le pressioni politiche multilivello, finalizzate a spingere il regime iraniano verso trasformazioni interne che potrebbero incidere sulla sua struttura economica e sociale e sulla sua coesione nel medio-lungo termine. In questo contesto non è da escludere che gli Stati Uniti continuino a utilizzare il programma nucleare iraniano come strumento di pressione strategica multidimensionale, non soltanto per finalità di deterrenza o contenimento, ma anche come elemento centrale di una narrazione politica capace di giustificare eventuali future escalation. Lo scenario richiama, per alcuni aspetti, quanto avvenne prima della guerra in Iraq del 2003, quando le accuse sul possesso di armi di distruzione di massa furono utilizzate come parte della giustificazione dell’intervento militare e del cambio di regime. Potrebbe quindi riproporsi uno schema simile, fondato sulla rappresentazione della minaccia nucleare iraniana come rischio per la sicurezza internazionale e non soltanto regionale. Ciò contribuirebbe a creare un contesto politico e giuridico favorevole a una possibile escalation, pur restando condizionato da numerosi fattori regionali e internazionali. In questo quadro, il popolo iraniano continua a rappresentare l’anello più vulnerabile dell’equazione, sottoposto a una duplice pressione: quella interna, legata alla natura del sistema politico, e quella esterna, derivante dalle sanzioni e dall’embargo, che aggravano le difficoltà quotidiane e limitano le prospettive di stabilità e sviluppo. A livello regionale, gli Stati arabi del Golfo occupano una posizione particolarmente delicata. Pur non essendo direttamente coinvolti in ogni aspetto del confronto, sono stati e continuano a essere tra i Paesi maggiormente esposti alle sue conseguenze, sia in termini di minacce alla sicurezza sia di pressioni politiche. L’esperienza degli ultimi anni dimostra che le risposte dirette dell’Iran hanno spesso preso di mira questi Stati come strumento per inviare messaggi strategici a Washington, esponendoli a una costante vulnerabilità rispetto alle oscillazioni del conflitto. La fase successiva può dunque essere definita di “stabilità fragile”, nella quale l’escalation militare diretta si attenua senza che vengano affrontate le cause profonde della crisi. Ciò richiederà agli Stati del Golfo un approccio più coeso e coordinato, fondato sul rafforzamento dei sistemi di sicurezza collettiva, sul consolidamento del fronte interno e sulla costruzione di equilibri regionali flessibili, in coordinamento con i vicini arabi e islamici, così da contenere eventuali mutamenti improvvisi del quadro strategico. In definitiva, anche qualora l’accordo dovesse reggere, esso non segnerebbe la conclusione del conflitto, ma costituirebbe soltanto una tappa di un lungo processo di competizione strategica destinato a proseguire. Le dinamiche di questa competizione continueranno con ogni probabilità a manifestarsi attraverso strumenti diversi, lasciando il Medio Oriente esposto a continui mutamenti degli equilibri geopolitici e imponendo agli attori regionali un costante sforzo di adattamento in un contesto caratterizzato da elevata incertezza e volatilità.