
di Shorsh Surme –
Il passo successivo al fallimento dei colloqui di Islamabad è ora nelle mani di Washington, chiamata ad affrontare una serie di sfide complesse. La prima riguarda la comprensione dei codici della politica iraniana: nella cultura politica di Teheran, non ogni “sì” equivale a un consenso reale e non ogni “no” rappresenta un rifiuto definitivo. L’attuale chiusura potrebbe dunque essere soltanto una tattica, destinata a essere seguita da ulteriori messaggi e riposizionamenti.
Un altro elemento che pesa sulle decisioni iraniane è la necessità di preservare il discorso ufficiale del regime davanti ai propri sostenitori, gli stessi che hanno sostenuto il Paese nella recente guerra. Nonostante sanzioni e conflitti abbiano ridotto la base sociale del regime, un nucleo di sostenitori resta ancora attivo. Teheran vuole convincerli — in patria e all’estero — di aver dominato i colloqui, poiché la propaganda rimane uno strumento essenziale di controllo interno. Non sorprende, quindi, che la Repubblica islamica stia deliberatamente complicando il processo negoziale.
Il Ministero degli Esteri iraniano agisce con la cautela di un giocatore di poker: è difficile capire se intenda avanzare o ritirarsi. La tattica abituale dei diplomatici iraniani consiste nell’esasperare i negoziati e muoversi sul filo del rasoio. È quanto accadde a Ginevra, quando si rifiutarono di accettare punti chiave e si ritirarono dal tavolo. Ma un furioso presidente Trump non li attese: due giorni dopo annunciò la guerra. Teheran non aveva mai creduto che gli Stati Uniti avrebbero davvero attaccato, nonostante le minacce e il rafforzamento militare.
Non sarebbe sorprendente se ora l’Iran chiedesse di tornare al tavolo negoziale e avanzasse proposte significative di ridimensionamento, come l’arricchimento dell’uranio all’estero o la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Se Teheran non dovesse cedere, o se Washington giudicasse insufficienti le sue proposte, il mondo si troverebbe di fronte a due opzioni, entrambe orientate a cambiare il regime iraniano. La prima è un ritorno alla guerra. La seconda è un inasprimento delle sanzioni sui porti collegati allo Stretto di Hormuz.
Secondo alcune stime, proseguire il conflitto per alcuni mesi potrebbe portare al collasso del regime, distruggendone istituzioni, infrastrutture e leadership.
Perché allora Washington ha interrotto la guerra, se la possibilità di un esito rapido sembrava esistere? L’obiettivo era testare la nuova leadership iraniana e verificare se fosse disposta ad adottare una linea diversa: rinunciare all’arricchimento dell’uranio, ai missili e ai gruppi armati, trasformandosi in un attore più pacifico. L’amministrazione Trump voleva eliminare ogni dubbio: nessuno avrebbe potuto sostenere che Teheran fosse pronta al cambiamento e che Washington avesse scelto la guerra senza alternative.
I colloqui di Islamabad, come quelli di Ginevra, hanno dimostrato che la ripresa delle ostilità non sarebbe stata considerata un errore. Trump ha concesso all’Iran l’accesso ai fondi bloccati e ha sospeso i bombardamenti sul quartier generale di Hezbollah a Beirut. Ma in Pakistan l’ostinazione iraniana è riemersa con chiarezza: Teheran ha rifiutato di interrompere l’arricchimento dell’uranio, causa principale del conflitto. Le politiche di Khamenei sono apparse ancora vive, nonostante la sua morte.
La seconda opzione per gli Stati Uniti è fermare la guerra e tornare a sanzioni così dure da scuotere l’interno dell’Iran. Trump ha minacciato di bloccare le petroliere iraniane e Washington sostiene le manifestazioni che puntano a rovesciare il regime dall’interno.
Questa strategia, da un lato, terrebbe fuori dal conflitto gli Stati del Golfo, l’Iraq e la Giordania; dall’altro, potrebbe favorire la riapertura dello Stretto di Hormuz, poiché Paesi come Cina e India esercitano pressioni su Teheran affinché lo riapra.
Le sanzioni economiche rappresentano un’opzione più sicura per entrambe le parti, ma potrebbero non bastare a evitare la guerra: l’amministrazione statunitense resta concentrata su obiettivi militari specifici, mentre l’Iran — avendo perso gran parte delle proprie carte negoziali — potrebbe aggrapparsi all’unica rimasta, la chiusura dello Stretto di Hormuz.
Non va dimenticato che il regime iraniano sta gestendo la crisi in modo sempre più imprudente, perché oggi combatte unicamente per la propria sopravvivenza.











