di Dario Rivolta * –
Nelle ultime due settimane a Baghdad sono successi tre avvenimenti, legati fra loro, che potrebbero dare origine a importanti conseguenze sul futuro del Paese.
Il primo è stato costituito da una grande manifestazione popolare di protesta a Baghdad dovuta (formalmente) alla continua interruzione di fornitura elettrica per le attività commerciali e le abitazioni private. Occorre ricordare che l’estate, già tradizionalmente calda e umida nella capitale, è arrivata a toccare per lunghi periodi temperature superiori ai quaranta gradi, aumentando così l’uso dei diffusissimi condizionatori ed evidenziando una rete elettrica non in grado di soddisfare la richiesta. La capacità attuale di tutto il Paese è inferiore di almeno 4mila megawatt rispetto alla domanda corrente.
Il secondo avvenimento è stato la recrudescenza di nuovi attentati, con decine di morti, nel centro e nella periferia della città. La maggior parte delle vittime erano frequentatori dell’affollato mercato centrale. L’Isis ha immediatamente rivendicato tutti gli attentati di questi giorni proprio per aizzare il malcontento popolare e creare ulteriori problemi al governo di Haydar al-Abadi.
Il terzo fatto è stato l’annuncio del primo ministro di voler procedere con grandi riforme istituzionali cominciando con l’eliminazione della carica di tre vice presidenti, di altri tre vice primo ministro e con il ridimensionamento del Governo, da trentatré membri a ventidue, accorpando alcuni ministeri.
La costante tra i tre eventi e la ragione della decisione di al-Abadi di provare a imprimere una svolta va ricercata nella profonda disperazione in cui la popolazione irachena si trova dopo anni di guerre e attentati e dopo le migliaia di morti civili. Il sentimento più diffuso è la sfiducia nella classe politica, accusata d’incapacità e di corruzione. Quest’ultima, presente a ogni livello della pubblica amministrazione, viene giudicata da tutti come la causa base del degrado del livello di vita, ogni giorno peggiore.
Che la corruzione sia in Iraq onnipresente è evidente a chiunque abbia avuto a che fare, almeno una volta, con le autorità del posto. Chi ha venduto beni o servizi a qualche ente governativo o ai ministeri sa che i prezzi pagati sono, frequentemente, addirittura il doppio o ancora più del valore reale delle merci acquistate. Naturalmente, la differenza tra il costo reale e le somme erogate finisce nelle tasche di politici o funzionari, sui loro conti esteri, quando la tangente non è perfino richiesta in contanti.
Un esempio evidente si vede proprio nel settore della produzione di elettricità: Bagdad tra il 2003 e il 2012 ha speso ben ventisette miliardi di dollari riuscendo a creare soltanto mille megawatt in aggiunta alla produzione precedente. Solo per fare un paragone, il governo regionale del Kurdistan ha incrementato la produzione locale di energia di ben 2mila megawatt spendendo solo un miliardo di dollari.
E’ risaputo che ministeri e posti dirigenziali pubblici sono assegnati in base ad uno stretto equilibrio settario tra sciiti (la maggioranza della popolazione), sunniti, curdi, cristiani, turcomanni e, all’interno di tutti questi, in base al peso delle rispettive componenti partitiche o tribali. Ed è altrettanto chiaro, sia agli osservatori interni che internazionali, che ogni ministro, ben prima di considerarsi membro del Governo, resta il referente del proprio gruppo di provenienza cui finisce, almeno in parte, il frutto della corruzione e del diffuso clientelismo.
Proprio perché in questo settarismo viene identificata la causa principale di questo malcostume e della conseguente inefficienza, il primo ministro ha deciso di lanciare una (molto pubblicizzata) campagna di grandi riforme. Il suo progetto punta a rompere il circolo vizioso delle varie appartenenze sperando di dare spazio a un sentimento nazionale collettivo che privilegi meriti e capacità e favorisca il sentimento di unità del Paese.
La sua iniziativa ha avuto l’appoggio esplicito della più prestigiosa autorità spirituale sciita, l’ayatollah Ali al-Sistani, che, facendosi interprete del malcontento popolare, ha invitato il Governo a muoversi decisamente in quella direzione.
Apparentemente tutti i gruppi, sciiti, sunniti, curdi eccetera, hanno dichiarato il loro accordo, anche se restano forti dubbi sulla sua realizzabilità. Nessuno oserebbe schierarsi apertamente contro una proposta di lotta alla corruzione, ma una cosa è fare dichiarazioni in linea di principio e un’altra sarà scendere nei dettagli e accettare veramente di rinunciare ai soldi e al potere che la situazione attuale consente.
Il presidente curdo Masoud Barzani, ad esempio, pur dichiarandosi totalmente favorevole all’iniziativa, ha cominciato col diffidare al-Abadi dal toccare il ministro delle Finanze, il curdo Hoshyar Zebari. Anche l’ex primo ministro Nuri al-Maliki, accusato apertamente di corruzione e dichiarato dal parlamento corresponsabile della consegna di Mosul ai guerriglieri dell’Isis con conseguente rinvio al giudizio della magistratura, ha già ottenuto l’appoggio iraniano per la conferma della sua immunità e le milizie sciite che rispondono a Teheran stanno preparandosi in tutti i modi per la sua difesa. Anche uno degli attuali vice presidenti, lo sciita Iyad Allawi a capo di un partito che raccoglie anche molti sunniti, ha manifestato forti dubbi sull’eliminazione della sua carica.
In realtà ognuno sembra disposto a rinunciare ai posti attualmente occupati purché la sostanza del loro potere non sia intaccata.
Il vero pericolo, che sia gli iraniani sia gli americani temono, pur approvando la decisione di al-Abadi, è che lungi dal superare il settarismo, questi cambiamenti istituzionali fomentino nuove contrapposizioni e accelerino il disfacimento dell’unità territoriale del Paese, già in stato avanzato.
Dissoluzione che è esattamente quello che l’Isis sta cercando di ottenere.
P.S. La magistratura italiana, che incrimina le nostre aziende per presunta corruzione internazionale attuata in vari Paesi, si è mai domandata come mai i colleghi magistrati di altri Stati industrializzati non fanno lo stesso con le loro aziende che hanno venduto e continuano a fare grandi affari in Iraq? Sfido qualunque società britannica, tedesca, francese o americana, per non citarne altre, ad aver venduto a Baghdad senza avere dovuto corrompere qualcuno.
Ma la legge contro la corruzione internazionale non era stata approvata anche da tutti loro?
* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.

