di Enrico Oliari –

L’Iraq nel quale gli Stati Uniti hanno portato la “pace” e la “democrazia” con la scusa delle armi di distruzione di massa, rivelatesi inesistenti, continua ad essere un trituratore di vittime innocenti delle violenze interpartitiche, interetniche ed interconfessionali.

I terroristi delle diverse parti colpiscono con bombe e con attacchi suicidi, ricercando la platealità anche attraverso stragi a catena e quindi arrivando a colpire più obiettivi contemporaneamente.

Le bombe nei mercati, nelle moschee, nei bar e persino davanti agli ospedali sono una realtà con cui gli iracheni stanno convivendo da quando la guerra che ha portato all’uccisione di Saddam Hussein è terminata e, come sempre, le giornate più sensibili sono quelle delle feste religiose, quando la gente si riversa nelle piazze per quelli che dovrebbero essere momenti di festa, come nel caso degli attentati di questi giorni: ad essere colpiti soprattutto i ristoranti, affollatissimi per la festa di Id al-fitr, che dura tre giorni e che segna la fine del Ramadan.

Bagdad, Karbala, Nassiriya, Kirkuk ed altri centri sono stati oggetto in questi giorni di attentati a catena, che hanno provocato solo domenica la morte di oltre 90 persone ed il ferimento di altre 200; solo nella capitale sono stati sette gli attacchi, il più grave dei quali si è verificato poco prima del tramonto pressi di un mercato all’aperto nei sobborghi sudorientali della città, noto come Jisr Diyala, dove un’autobomba è esplosa uccidendo sette persone e ferendone venti. 

A Zubeidiyah, cittadina a 40 chilometri a sud di Baghdad, una bomba è esplosa uccidendo sul colpo quattro persone, fra i quali due bambini, mentre a Tuz Khormato, circa 200 chilometri a nord della capitale, un kamikaze si è fatto esplodere in un’area residenziale, uccidendo otto persone e ferendone decine.

A Karbala, città santa sciita, un’autobomba ha ucciso quattro frequentatori di un caffè, a Nassiriya, nel sud dell’Iraq, un ordigno fatto detonare in una strada affollata ha provocato la morte di quattro persone e il ferimento di altre 41, a Kirkuk un’autobomba piazzata nei pressi di una moschea sciita ha ucciso una persona e ne ha ferite venti.

Oggi gli Stati Uniti hanno espresso una forte condanna nei confronti degli autori degli atti terroristici delle ultime ore in Iraq: attraverso un comunicato, il Dipartimento di Stato ha definito gli attentatori come “nemici dell’Islam”, ma la preoccupazione di tutti è che l’Iraq, confinante con la Siria per 600 chilometri, possa sprofondare da un momento all’altro nella guerra civile, in un quadro drammatico che infiammerebbe l’intera area.

Le continue violenze in Iraq, come pure il milione e mezzo di morti civili dal 2003, anno in cui è iniziato il conflitto voluto da George Walker Bush, rappresentano una situazione da sempre prevedibile, la cui responsabilità cade sulla Casa Bianca: la questione irachena è la prova provata di quanto sia sbagliato misurare con il proprio metro ogni realtà culturalmente, storicamente e geograficamente lontana e di come sia un grave errore distruggere equilibri in nome di interessi assai più facili da coltivare con il dialogo e con il compromesso. Per questo appare quantomeno ipocrita il comunicato emesso oggi da Washington.

Lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, la cellula di al-Qaeda attiva in Iraq ed in Siria, dove avrebbe rapito padre Paolo Dall’Oglio, ha rivendicato l’ondata di attentati di domenica scorsa.