di Guido Keller –
Continuano gli scontri in Iraq fra i militari e i miliziani dell’Isil, il gruppo legato ad al-Qaeda dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante che nei giorni scorsi ha preso il controllo di diverse città irachene, fra le quali Mosul e Tikrit, mentre Fallujah è stata conquistata in gennaio: dopo che i peshmerga della Regione autonoma del Kurdistan iracheno sono riusciti a cacciare gli jihadisti da Tirkuk, oggi i militari di Baghdad hanno ripreso il “pieno controllo” del complesso di raffinerie di Baiji, 210 chilometri a nord di Baghdad, attaccato nei giorni scorsi dai miliziani dell’Isil, i quali hanno in parte distrutto le riserve petrolifere e si sono aperti la strada con colpi di mortaio e l’impiego di mitragliatrici per penetrare nell’enorme struttura.
Diverse compagnie come Bp, e Exxon Mobil hanno predisposto l’evacuazione dei propri staff, mentre Eni ha comunicato che “la sicurezza del nostro personale è la prima priorità e continuiamo a monitorare da vicino la situazione in Iraq. Al momento, la regione di Bassora, dove è situato il giacimento di Zubair, non è toccata dalle rivolte e stiamo mantenendo sul posto il personale essenziale”.
L’Isil ha comunque ancora il controllo di tre villaggi conquistati nella provincia di Salaheddin, dove si trova Baiji, ovvero Albu Hassan, Birwajli e Bastaml.
L’annuncio della vittoria della battaglia è stato dato dal generale Qassim Atta, portavoce per la sicurezza del primo ministro Nuri al-Maliki, ma a Baghdad si è consci della necessità di un intervento esterno per sconfiggere i miliziani. Per questo motivo il ministro degli Esteri Hoshyar Zebari ha reso noto che “Abbiamo chiesto ufficialmente a Washington di aiutarci, nel quadro dell’accordo per la sicurezza tra i due Paesi, e di effettuare raid aerei contro i gruppi terroristici”.
L’amministrazione Obama non ha ancora risposto alla richiesta di soccorso delle autorità di Baghdad, ed ancora non si hanno notizie certe dei droni che, si era detto, stanno sorvolando il paese, come pure di un intervento iraniano in qualche modo “benedetto” dagli americani. Per ora, come ha comunicato lo stesso presidente, invieranno “un piccolo numero di consiglieri militari, fino a trecento”, ovvero “non manderemo i nostri soldati a combattere, ma aiuteremo”.
Certo è che il senatore repubblicano Mitch McConnell, che si è incontrato con Obama, ha detto ai media che il presidente non ha bisogno del nulla osta del Congresso per ordinare un’azione militare in Iraq, ed il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha spiegato che sono in fase di valutazione diverse ipotesi: “Al momento – ha osservato Carney – non vediamo grossi danni alle strutture petrolifere”; il capo di Stato maggiore Usa, Martin Dempsey, ha addossato al premier iracheno la “colpa” della rivolta sunnita che sta insanguinando il Paese e ha osservato che gli Usa possono “fare poco per colmare il vuoto in cui il governo ha fatto precipitare il suo popolo”, ha confermato che l’Iraq ha chiesto agli Usa di bombardare le posizioni dell’Isil. Si è mostrato cauto a causa delle difficoltà che ci sarebbero nell’individuare chiaramente gli obiettivi di eventuali raid.
Parlando al telefono con il premier Nouri al-Maliki, il vicepresidente Usa, Joe Biden, ha sottolineato la necessità che le autorità di Baghdad governino in maniera inclusiva, promuovendo la stabilità e l’unità nazionale contro la minaccia dell’estremismo.
Una titubanza, insomma che nel 2001, quando si è trattato di invadere l’Iraq con la scusa di inesistenti armi di distruzioni di massa, non c’era.
Com’è sempre in questi casi, la situazione si presenta drammatica specialmente sotto il profilo umanitario: sarebbero infatti un milione e mezzo i profughi in fuga, diretti a Baghdad o nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, che già con impegno accoglie i profughi siriani; a Tikrit, occupata dall’Isil, nei bombardamenti governativi è stato colpito un ospedale di Medici senza frontiere, come ha denunciato la stessa Ong, informando che 40mila sfollati non potranno ricevere assistenza.

