di Dario Rivolta* –
Contro chi combattono in Siria ed in Iraq gli europei, gli americani e i governi arabi? E di chi sono alleati?
A prima vista la risposta parrebbe semplice: contro lo Stato Islamico. Tuttavia, pensare a quali siano le vere alleanze comincia ad essere più complesso.
In Siria, tra coloro che si battevano contro al-Assad, i gruppi dell’Isis e di al-Nusra erano diventati le fazioni militarmente più forti e tuttora occupano la maggior parte del territorio non controllato dalle truppe del regime. Attaccare loro significa, oggettivamente, dare una mano a Damasco nonostante si continui ad affermare con voce sempre più stentorea (e sempre meno credibile) che, contemporaneamente, si punta all’abbattimento del dittatore. I curdi siriani, implicitamente alleati con al-Assad o per lo meno non in guerra con lui, sono oggetto delle offensive più pericolose del “califfo” e sono , di conseguenza, anche alleati di chi bombarda i loro nemici e perfino dei nemici di questi nemici. In Iraq al-Maliki , per quanto imposto sia dagli iraniani sia dagli americani, era divenuto, nei fatti, una longa manus di Teheran e , proprio per questo motivo, i sauditi ed altri Paesi del Golfo hanno favorito e finanziato la ribellione delle tribù sunnite contro il governo centrale. Quelle stesse tribù che oggi combattono fianco a fianco con l’Isis e che sono bombardati dagli aerei sauditi. I turchi, che nascostamente hanno armato gli integralisti islamici contro i curdi siriani di cui temevano un rafforzamento e una possibile integrazione con il Kurdistan iracheno, oggi decidono di far sconfinare il proprio esercito per difendere proprio quei curdi che si riversano a frotte in Turchia per sfuggire ai massacri perpetrati dal califfato.
La situazione è oggettivamente imbarazzante e la confusione dei ruoli non si limita nemmeno alle aree citate. Quella che è stata frettolosamente appellata come “primavera araba” ha visto, in Egitto, un prevalere dei Fratelli Musulmani subito blanditi dagli americani che, al golpe militare di al-Sisi, hanno reagito minacciando l’interruzione degli ormai tradizionali aiuti militari alle forze armate egiziane, costrette a riaprire, di conseguenza, i contatti con la Russia. Purtroppo per gli strateghi d’Oltreoceano, la nascita di seguaci del Califfato nel Sinai ha consentito ai golpisti di riaccreditarsi come baluardo della democrazia e ha spinto gli americani a rimangiarsi tutto, promettendo l’invio di nuovi elicotteri da combattimento ai soldati del Cairo. E non si può dimenticare la Libia che si trova in una situazione quasi “somala” con gli occidentali“ difensori” della democrazia costretti a fare il tifo per Haftar, un ex militare che sta cercando, senza riuscirci, di ricostruire il potere che fu di Gheddafi.
Nessuno riesce ad immaginare dove si andrà a finire ma è chiaro che in tutto il Medio Oriente si sta svolgendo una partita dai contorni complicati che non si limitano all’area ma coinvolgono questioni apparentemente lontane dai fatti che accadono sul terreno. Parliamo dei rapporti tra Iran e Stati Uniti, apparentemente ruotanti attorno alla questione nucleare; parliamo dei rapporti tra Iran, Arabia Saudita e Turchia per l’egemonia sulla regione; dei rapporti tra Qatar e gli altri stati del Golfo, ove il Qatar cerca da tempo di ritagliarsi un ruolo autonomo che lo emancipi definitivamente dall’asfissiante tutela saudita. Ma, perche no? Parliamo anche dei rapporti tra Stati Uniti, Europa e Russia e dell’accettazione, o meno, di un ruolo internazionale di quest’ultima.
Se qualcuno volesse trovare il bandolo della matassa partendo proprio dalla Siria, la soluzione, almeno per gli occidentali, sembrerebbe a portata di mano: un accordo con al-Assad con le necessarie benedizioni russa ed iraniana. Tale strada consentirebbe di eliminare con relativa facilità il pericolo rappresentato dallo Stato Islamico e riporterebbe certamente l’ordine in Siria, consentendo, probabilmente, anche il ritorno di numerosi profughi e salvando migliaia di nuove vittime della guerra civile. Purtroppo, questa soluzione ha certe controindicazioni e necessita di diversi presupposti. Alcuni di questi ultimi sono:
a) che Stati Uniti e Arabia Saudita si rappacifichino con l’Iran riconoscendo a Teheran uno spazio ed un ruolo nella regione ;
b) che la Turchia rinunci alle sue ambizioni neo-ottomane;
c) che il governo di Bagdad riconosca finalmente pari dignità a tribù sunnite e sciite e consenta una vera e larga autonomia ai curdi;
d) che gli Stati Uniti ed i suoi vassalli europei smettano di pensare alla Russia come un avversario da contenere ed accettino che anch’essa possa aspirare ad una propria “zona di influenza”, così come riconosciuto alle altre potenze.
Le controindicazioni sono ancora più numerose e sarebbero conseguenza del verificarsi dei suddetti presupposti. Alcune sono più pericolose di altre: i sauditi e gli altri Stati del Golfo, insieme ma indipendentemente dai qatarini, hanno incoraggiato e finanziato molti dei gruppi che si sono battuti, e si battono in Siria, in Iraq, in Libia ed in Egitto. Un accordo di questi Stati arabi con coloro che erano stati indicati come nemici assoluti porterebbe tutti quei miliziani a sentirsi traditi ( come si sentirono quando, passata la cosiddetta “linea rossa”, Obama, pur saggiamente , non iniziò i bombardamenti contro al-Assad) e, anche se sconfitti sul campo, potrebbero trasformarsi in nuove cellule terroristiche sparpagliate per il mondo . Ma non è tutto! A Riad, così come ad Amman, a Kuwait, a Bahrein, a Dubai, i governi locali che già non godono di eccezionale popolarità vedrebbero diminuire ulteriormente i consensi presso le proprie popolazioni, portate istintivamente a simpatizzare con i “traditi” in nome dell’Islam e della solidarietà araba anti occidentale.
Seppur tutto sembra di più un teatro dell’assurdo che la realtà, a tutti i protagonisti non resta che continuare a camminare in equilibrio su di un crinale di cui non si intravede la fine e continuare a fare una cosa, affermarne un’altra, e poi a fare il contrario di ciò che si era fatto prima.
E’ sempre troppo facile commentare con il senno di poi ma , in questi casi, sarebbe bastato a tutti i nostri “apprendisti stregoni”, specialmente di Oltreoceano, guardare ai disastri già combinati in Somalia, in Afghanistan, in Iraq, in Ucraina e altrove per comportarsi fin dall’inizio con un po’ più di prudenza.
* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali

