di C.Alessandro Mauceri – 

Raddoppia quasi il piccolo contingente Usa mandato in Iraq da Barak Obama per combattere l’Isis: premettendo che varrà sempre il “boots on the ground”, ovvero che i soldati americani non avranno incarichi o missioni di combattimento, la Casa Bianca ha inviato nel paese per metà conquistato dai jihadisti altri 1.500 uomini, che si vanno ad aggiungere ai 1.600 già dislocati da quest’estate.

I jihadisti dell’Isis, formazione creata dagli stessi Usa in collaborazione con la Turchia e il Qatar per combattere Bashar al-Assad in Siria, sono presenti in Iraq da quasi un anno, basti pensare che Fallujah è caduta già a gennaio. Nonostante questo l’intervento della coalizione ha avuto inizio da pochi mesi.

La comunicazione della Casa Bianca è stata diffusa contemporaneamente ad un’altra notizia sempre riguardante l’Iraq e gli Stati Uniti d’America. Secondo il New York Times, sarebbero più di seicento (629) i soldati americani, di stanza in Iraq, ad essere stati esposti a contaminazioni da armamenti chimici, biologici e radiologici nucleari (noti con la sigla Cbrn), tra il 2003 ed il 2011.

L’indagine, che ha avuto inizio dopo la segnalazione di alcuni casi di militari americani contaminati, è stata condotta dal Pentagono su richiesta del segretario alla Difesa Chuck Hagel.

Dalle ricerche è emerso che militari americani e iracheni, nel corso delle operazioni di pace, avrebbero rinvenuto diversi depositi di armamenti Cbrn subendo in almeno sei occasioni contaminazioni potenzialmente letali.

La cosa sorprendente è che le armi oggetto di questa rivelazione non sarebbero dovuto nemmeno esistere. Risalgono infatti agli anni Ottanta, quando l’Iraq combatteva contro l’Iran. Un guerra in cui molti Paesi occidentali avevano deciso di appoggiare Saddam Hussein in diversi modi. Non ultimo la fornitura di armi e armamenti. Molte delle munizioni ritrovate dai soldati americani poi rimasti intossicati dal contatto risalgono proprio a quel periodo. Armi progettate negli Stati Uniti, fabbricate in Europa e riempite di agenti chimici da compagnie occidentali con sede in Iraq.

Dopo la Guerra del Golfo buona parte dell’arsenale chimico di Saddam Hussein venne distrutto. Ma, a quanto pare, non completamente: una parte scomparve (tanto che non ne fu trovata traccia neanche dagli ispettori dell’ONU) fino a quando sarebbe riapparsa, durante la guerra in Iraq, da soldati americani.

Già alcune settimane fa, il New York Times aveva pubblicato i risultati di un’inchiesta che parlava del ritrovamento in Iraq circa 5mila testate e bombe contenenti sostanze chimiche. Armi nascoste nelle vicinanze del Muthanna State Establishment, che, intorno agli anni Ottanta, un centro di produzione di agenti chimici a nord di Baghdad, non lontano dalla città di Samarra.

Armi che, stranamente, erano già ricomparse qualche mese fa quando il governo iracheno aveva riferito alle Nazioni Unite che, in quella zona, si trovavano circa 2500 razzi contenenti agenti chimici.

Il problema è che quelle armi non sarebbero dovute esistere dato che americani e iracheni avrebbero dovuto distruggerle, come stabilito dalla Convenzione sulle Armi Chimiche: una portavoce del dipartimento della Difesa ha spiegato che non erano state distrutte perché queste armi non erano state considerate “un pericolo per la popolazione irachena, per i Paesi confinanti, per le forze della coalizione o per l’ambiente”.

E invece, come hanno dimostrato i dati sulla contaminazione dei militari, queste armi sono pericolose. Anzi pare che la loro pericolosità sia aumentata dato che alcuni dei depositi dove furono trovate queste sostanze sono ora sotto il controllo dello Stato Islamico (IS).

Non a caso Obama ha ritenuto essenziale inviare nuove truppe proprio in quella parte dell’Iraq.