di C.Alessandro Mauceri –
Qualche anno fa l’allora presidente George W. Bush, in visita sulla portaerei americana Lincoln, annunciò che “la guerra in Iraq è vinta”. Era il 4 gennaio 2003. A fargli eco il vice presidente di Obama, Joe Biden: “l’Iraq potrebbe essere uno dei più grandi successi di questa amministrazione”.
Dopo quattro anni i “numeri” che arrivano dall’Iraq dicono l’esatto contrario.
Almeno 1.375 persone sono morte in Iraq. E di queste almeno 790 sono civili. Numeri che non si riferiscono ai morti dal 2010. E nemmeno ai morti lo scorso anno. Sono le vittime del conflitto in Iraq dall’inizio del 2015. A dirlo è la Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq.
I numeri di gennaio non sono un’anomalia. Nel mese di dicembre è stato lo stesso: 1.101 iracheni uccisi e altri 1.868 feriti in atti di terrorismo e di violenza. E anche in questo caso è altissimo il numero di civili coinvolti: 680 i civili uccisi e 1.360 i feriti. ”I cittadini iracheni continuano ad essere investiti dalla violenza e dal terrorismo. Il 2014 ha registrato il maggior numero di perdite dall’intensificarsi delle violenze nel 2006-2007” ha detto il rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni unite per l’Iraq, Nickolay Mladenov.
“Numeri” così alti che le Nazioni Unite ormai cercano di riferir con cadenza mensile. I totali sono spaventosi: solo nel 2014 le vittime civili sono state più di 35 mila (12.282 morti e 23.126 feriti, dati Unami).
Numeri che, in barba alle affermazioni rilasciate dagli ultimi presidenti degli Usa, continuano ad aumentare: nel 2008, l’anno peggiore per l’Iraq dal 2006, vi furono 26.965 vittime registrate (6.787 morti e 20.178 feriti). Nel 2014 è stato stabilito un nuovo record. A Baghdad, la città più colpita, i civili che sono rimasti vittima di un conflitto che non hanno voluto sono stati 1.051 (320 i morti e 731 i feriti). E questo solo nel mese di dicembre.
Numeri troppo alti per dire che “la guerra è vinta” o per parlare di un “successo”.

