di Giuseppe Gagliano

Il ritorno dei dollari statunitensi a Baghdad dopo quattro mesi di sospensione rappresenta molto più di una questione finanziaria. Le due spedizioni arrivate nella capitale irachena durante la visita dell’inviato americano Tom Barrack confermano quanto la stabilità economica dell’Iraq continui a dipendere dalle decisioni di Washington. Le entrate petrolifere del Paese, depositate presso la Federal Reserve statunitense fin dall’invasione del 2003, restano infatti uno degli strumenti attraverso cui gli Stati Uniti esercitano una significativa influenza sull’economia irachena.

La ripresa dei trasferimenti offre un sollievo immediato al governo del primo ministro Ali al-Zaidi. Nei mesi scorsi la sospensione dei flussi aveva contribuito all’indebolimento del dinaro sul mercato parallelo, complicando le importazioni e riducendo la disponibilità di valuta estera per imprese e commercianti. In un sistema economico fortemente dipendente dal petrolio e dalla spesa pubblica, la disponibilità di dollari rimane un fattore decisivo per la stabilità sociale e finanziaria.

Dietro la questione monetaria si nasconde però una partita politica e strategica più ampia. Washington continua a chiedere a Baghdad di rafforzare il controllo statale sulle armi e di ridurre il peso delle milizie filoiraniane che operano nel Paese. Per gli Stati Uniti queste formazioni rappresentano uno strumento della proiezione regionale di Teheran e una minaccia agli interessi americani e dei loro alleati. Per l’Iran, al contrario, costituiscono un elemento fondamentale della propria strategia di deterrenza e della propria influenza in Iraq.

Il governo iracheno si trova così stretto tra due pressioni contrapposte. Da un lato ha bisogno del sostegno economico e finanziario degli Stati Uniti per garantire la stabilità del dinaro e attrarre investimenti internazionali. Dall’altro deve evitare uno scontro frontale con le forze politiche e militari vicine a Teheran, che mantengono un peso rilevante negli equilibri interni del Paese.

La visita che al-Zaidi dovrebbe compiere alla Casa Bianca a metà luglio sarà un passaggio importante per definire il futuro delle relazioni bilaterali. Sul tavolo ci saranno investimenti, energia, infrastrutture, modernizzazione del sistema economico e sicurezza. Ma il vero tema sarà il margine di autonomia che Baghdad riuscirà a conservare tra le richieste di Washington e le aspettative dell’Iran.

Il ritorno dei dollari evidenzia una realtà che continua a caratterizzare l’Iraq contemporaneo. Pur non essendo più il Paese occupato del 2003, Baghdad non dispone ancora di un pieno controllo sui principali strumenti della propria sovranità economica e politica. Le sue risorse petrolifere garantiscono ricchezza, ma non indipendenza; le relazioni con gli Stati Uniti assicurano sostegno finanziario, ma comportano anche vincoli; i rapporti con Teheran offrono profondità strategica, ma aumentano le vulnerabilità interne.

Le recenti spedizioni di valuta americana assumono quindi un valore simbolico che va oltre il loro contenuto economico. Rappresentano la conferma di una sovranità ancora incompiuta e di un equilibrio regionale nel quale l’Iraq continua a muoversi tra le pressioni delle due principali potenze che ne influenzano il destino.