di Enrico Oliari –
Finalmente a Washington qualcosa si muove. Dopo mesi di avanzata pressoché indisturbata dei qaedisti dell’Isil (Fallujah è caduta in gennaio), alla casa Bianca ci si è resi conto che l’Iraq, il “loro” Iraq, sta precipitando in un baratro, che la situazione è ormai al di fuori di ogni controllo. D’altronde un po’ la cosa è comprensibile, poiché ammettere davanti a centinaia di milioni di americani che al-Qaeda sta trasformando quella parte di Medio Oriente in un califfato, significa che la guerra di George W. Bush per “esportare” la pace e la democrazia è stata un fallimento totale.
Di certo in questo momento la torta da 500 mld per la ricostruzione divisa fra sette colossi bancari non la sta mangiando nessuno, come neppure ha senso aver piantato là basi per monitorare l’area, quando non si riesce a controllare ad un metro al di fuori dei recinti: l’Iraq di oggi rappresenta la Caporetto della politica estera americana voluta da Bush, i cui effetti disastrosi li deve raccogliere chi gli è succeduto, cioè Barak Obama.
Al di là dei molti interessi e dei motivi più o meno nobili per cui negli ultimi anni sono stati ribaltati i vari regimi dittatoriali, da quello di Saddam Hussein a quello di Muammar Gheddafi (la Siria resiste perché si trova nella sfera di Mosca), si è sempre saputo che sarebbe dovuta essere centrale la “gestione del dopo”, poiché paesi dalle culture millenarie, popoli compositi di tribù spesso ostili fra di loro e società permeabili al radicalismo islamico non si svegliano improvvisamente sensibili ai modelli e ai metri occidentali.
Una “gestione del dopo” che non c’è stata, complice la crisi economica globale, o il disinteresse politico e mediatico, o tutto insieme: sta di fatto che, se non le attenzioni per le risorse naturali e per la geostrategia, le popolazioni sono state abbandonate a se stesse, costrette a risvegliarsi con l’incubo dell’Isil, o di Ansar al-Sharia, o di Jabat al-Nusra, e si potrebbe continuare a lungo per arrivare sempre lì, ad al Qaeda, ben finanziata da quelle monarchie del Golfo con cui proprio l’Occidente ci fa affari d’oro.
Obama, insomma, si trova oggi nell’assurda situazione di dover intervenire, a spese del popolo Usa, contro l’Isil (cioè al-Qaeda), mentre le banche e le attività commerciali statunitensi trattano affari d’oro proprio con chi finanzia l’Isil (cioè al-Qaeda).
Altrove la cosa non è neanche tanto un mistero: in Libia le milizie che combattono i gruppi jihadisti hanno dato fuoco nei mesi scorsi alle sedi della Qatar Airways e ne hanno impedito l’atterraggio degli aerei, mentre in Egitto l’amministrazione al-Sisi, legata a doppio filo con Mosca, ha arrestato i giornalisti di al-Jazeera, tv del Qatar, perché sostenitori dei Fratelli Musulmani (appoggiati dagli Usa contro Mubarak), i cui leader non finiti in prigione sono oggi esuli proprio a Doha.
Un impasse da cui Obama non riesce ad uscire, per cui ha dovuto aspettare tanto, troppo, per annunciare e finalmente inviare droni e raid contro gli jihadisti e quindi intervenire in un Iraq destabilizzato in ogni settore, che ancora non ha scelto il proprio premier.
La chiave di volta per Obama, per Baghdad e per chi ancora si oppone all’avanzata culturale prima che militare di al-Qaeda potrebbe essere rappresentata dalla Regione autonoma del Kurdistan iracheno: quell’area si sta distinguendo quale oasi di stabilità e di democrazia, per la crescita delle settore economico e per la capacità di porsi sulla scena politica internazionale. Recentemente è stato annunciato il progetto di costruzione di un gasdotto che porterà energia dal Kurdistan in Israele e in Turchia, cosa salutata positivamente da Ankara tanto da far sperare in un cambiamento di posizione in merito ad una possibile nascita di uno Stato curdo: il portavoce dell’Akp del premier Erdogan, Huseyin Celik, ha dichiarato al Financial Times che “In passato un Kurdistan indipendente era una ragione di guerra per la Turchia, adesso nessuno può più sostenerlo. Noi non incoraggiamo l’indipendenza, ma, se dovesse accadere, ce ne convivremo”.
Ma soprattutto il Kurdistan iracheno è oggi rifugio per una marea umana di profughi in fuga dagli scontri in Siria e in Iraq, nonché baluardo di difesa contro l’avanzata dell’Isil: il portavoce del Governo della Regione autonoma del Kurdistan, Fwad Hussein, ha dichiarato ieri che almeno 150 peshmerga (militari curdi) hanno perso la vita in due mesi di combattimenti, e che almeno 500 sono rimasti feriti; secondo Hoshiyar Zebari, ex ministro degli Esteri iracheno rimosso da al-Maliki e tra i massimi dirigenti del Pdk, il Partito Democratico del Kurdistan, “Lo Stato Islamico sta mobilitando tutte le sue forze in Iraq e in Siria per venire a combattere i peshmerga”, che stanno dando filo da torcere agli jihadisti.
Obama ha quindi ordinato di bombardare l’artiglieria dell’Isil puntata contro i curdi e di inviare al generale Babaker Zebari, comandante dell’esercito iracheno, il sostegno necessario per resistere e difendere Erbil, la capitale poco distante dalla linea dei combattimenti.
E Zebari ha assicurato: “Ci saranno enormi cambiamenti sul terreno nelle prossime ore”.

