Adnkronos/Aki/Washington Post, 24 mar 12 –
Una poggia di critiche si e’ abbattuta nell’ultima settimana sul premier iracheno, Nouri al-Maliki. A contestarlo sono stati i suoi alleati quanto gli oppositori. Al primo ministro, al potere dal 2006, rimproverano di non aver mantenuto le promesse e di governare il Paese in modo autocratico. Tuttavia, nonostante il crescente dissenso all’interno del fragile governo iracheno, la posizione di Maliki sembra rimanere forte, scrive il Washington Post, che parla di ”mosse per mettere da parte gli avversari e dividere i blocchi politici” con l’obiettivo di ”aggirare le sfide” e realizzare quello che i critici definiscono un ”sistema lontano dall’Iraq democratico” su cui avevano puntato gli americani. Il primo ministro e’ accusato da tempo di avere troppo potere sulle forze di sicurezza, sulla magistratura e sulle istituzioni dello Stato. E le critiche per il premier sono aumentate dal ritiro, lo scorso dicembre, delle truppe americane. In settimana, alcuni parlamentari di Iraqiya, il blocco guidato dal Iyad Allawi, rivale di Maliki, hanno minacciato di abbandonare il Parlamento in segno di protesta per i continui rinvii di una conferenza sulla riconciliazione politica. Lunedi’ sono scesi in piazza a Bassora decine di migliaia di sostenitori di Moqtada al-Sadr, il cui partito sostiene formalmente Maliki, per chiedere migliori servizi. Martedi’ poi, il leader del Kurdistan, Massoud Barzani, e’ sembrato sfidare apertamente il premier, denunciando come a suo avviso l’accordo del 2010 per la divisione del potere tra i principali blocchi politici del Paese arabo abbia di fatto ”perso significato”. ”E’ in atto un tentativo di creare un Esercito di un milione di uomini fedeli a un’unica persona”, ha detto Barzani.
Per Sabah al-Saadi, parlamentare indipendente ed ex capo della Commissione anti-corruzione interpellato dal Washington Post, l’Iraq ”sta andando verso una nuova dittatura, non tramite il pugno di ferro o la guerra, ma con decisioni legali”. Saadi ha denunciato di aver ricevuto pressioni dall’entourage di Maliki per costruire accuse di corruzione ai danni di rivali del premier. Nel Paese le tensioni politiche hanno raggiunto il culmine a fine gennaio, quando sotto la spinta del governo del sunnita Maliki, la magistratura di Baghdad ha emesso un mandato d’arresto nei confronti del vice presidente Tariq al-Hashimi, di credo sciita, che nel frattempo era fuggito nella regione autonoma del Kurdistan. A meta’ febbraio, una commissione d’inchiesta appositamente costituita ha stabilito che ci sono Hashimi e il suo staff dietro gran parte degli attentati degli ultimi anni in Iraq. Le accuse contro Hashimi sono arrivate dopo che il vice premier Saleh al-Mutlak, di Iraqiya, aveva definito pubblicamente Maliki un dittatore. Hashimi e’ fuggito in Kurdistan, Mutlak in Giordania. Nel frattempo in Kurdistan, a cui Baghdad ha chiesto la consegna del vice presidente, monta la rabbia nei confronti di Maliki e il Paese sembra sull’orlo dello scontro settario. Giovedi’ Hashimi ha accusato il governo di aver torturato fino alla morte uno dei suoi agenti della scorta finito in carcere. Con il rischio dello scontro settario, lo scorso agosto era stata creata una commissione per contribuire all’attuazione l’accordo per la divisione dei poteri e fare luce sulla distribuzione dei ministeri tra le varie comunita’. Secondo Mutlak, che ha lavorato nella commissione, dai lavori e’ emerso che gli sciiti, per lo piu’ membri di Dawa (il partito del premier), hanno un numero di alti incarichi nei ministeri della Difesa e dell’Interno superiore alla norma se si considerano i dati demografici. Nonostante il malcontento nei confronti del premier cresca di giorno in giorno lo stallo politico sembra destinato a proseguire almeno fin quando gli oppositori del premier non formeranno un blocco unito contro Maliki, che potrebbe riuscire altrimenti a rimanere al potere fino alle elezioni in calendario per il 2014. E, nella Costituzione, nulla vieta al primo ministro di presentarsi per un terzo mandato. Sul futuro dell’Iraq pesano anche le sorti della Siria, devastata da un anno di crisi dopo l’inizio delle proteste contro il presidente alawita Bashar al-Assad.

