di Giuseppe Gagliano –
Le nuove sanzioni americane contro il viceministro del Petrolio iracheno Ali Maarij Al-Bahadly e alcuni leader di milizie filo-iraniane segnano un nuovo passo nello scontro tra Washington e Teheran. Gli Stati Uniti non stanno colpendo soltanto singoli funzionari, ma l’intera rete politico-economica attraverso cui, secondo il Dipartimento del Tesoro, l’Iraq sarebbe diventato una retrovia finanziaria dell’Iran e delle sue milizie regionali.
Al centro della crisi c’è il petrolio, considerato da Washington non solo una risorsa economica ma uno strumento di potere geopolitico. L’accusa americana è che parte delle risorse energetiche irachene sia stata utilizzata per aggirare le sanzioni contro Teheran e sostenere gruppi armati ostili agli Stati Uniti. Secondo le autorità americane, petroliere iraniane avrebbero persino usato documentazione irachena falsificata per eludere i controlli internazionali.
La mossa americana colpisce un equilibrio già fragile. Formalmente alleato dell’Occidente dopo il 2003, l’Iraq resta profondamente attraversato dall’influenza iraniana. Milizie come Kata’ib Sayyid Al-Shuhada e Asa’ib Ahl Al-Haq non sono soltanto gruppi armati, ma strutture radicate nel sistema politico, con reti economiche, rappresentanza parlamentare e legami istituzionali.
È proprio questa fusione tra politica, milizie e apparati statali a rendere l’Iraq uno dei principali terreni di confronto tra Stati Uniti e Iran. Il sistema della muhasasa, basato sulla spartizione confessionale del potere, ha garantito una stabilità solo apparente, favorendo invece clientelismo, frammentazione e controllo delle risorse pubbliche da parte di blocchi politici armati.
Washington teme ora che il futuro governo guidato da Ali al-Zaidi, sostenuto dal Coordination Framework vicino a Teheran, possa rafforzare ulteriormente il peso iraniano nello Stato iracheno. Le dichiarazioni attribuite ad al-Zaidi, che ha definito l’Iran “profondità strategica” dell’Iraq, hanno aumentato l’allarme americano.
Accanto alle sanzioni personali, gli Stati Uniti hanno sospeso quasi 500 milioni di dollari di spedizioni in contanti verso Baghdad. Una misura che rischia di colpire direttamente il sistema bancario e monetario iracheno, fortemente dipendente dal dollaro per le transazioni internazionali. Per Washington è uno strumento di pressione finanziaria destinato a costringere il governo iracheno a limitare i rapporti con le milizie filo-iraniane e a rafforzare il controllo sui flussi economici.
Per Baghdad il dilemma è delicato. Cedere alle richieste americane potrebbe provocare uno scontro interno con le forze vicine a Teheran. Resistere significherebbe invece esporsi al rischio di isolamento finanziario e instabilità economica.
Le milizie restano il nodo centrale. Molte sono formalmente integrate negli apparati di sicurezza, ma continuano a mantenere catene di comando autonome e legami strategici con l’Iran. Asa’ib Ahl Al-Haq, ad esempio, affianca all’attività militare una presenza politica diretta attraverso il blocco parlamentare Sadiqoun.
L’Iraq si conferma così una cerniera decisiva del Medio Oriente, sospesa tra Stati Uniti e Iran, mondo arabo e influenza sciita, interessi energetici e conflitti regionali. Per Teheran rappresenta una profondità strategica essenziale verso Siria e Libano. Per Washington non può trasformarsi in un protettorato iraniano dopo vent’anni di presenza militare americana.
Le sanzioni annunciate dall’amministrazione statunitense puntano quindi a ridurre l’influenza iraniana dentro le istituzioni irachene e a interrompere i canali economici che alimentano milizie e reti regionali. Ma la pressione americana rischia anche di destabilizzare ulteriormente un Paese già fragile, attraversato da crisi economiche, corruzione e tensioni interne.
La partita non riguarda soltanto alcuni dirigenti o comandanti armati. Riguarda il controllo stesso dello Stato iracheno, delle sue risorse energetiche e del suo equilibrio geopolitico. Washington vuole costringere Baghdad a scegliere da che parte stare. Ma in un Iraq diviso tra poteri concorrenti e influenze esterne, ogni scelta rischia di aprire nuove fratture.




