di Giovanni Caprara –
Una nuova minaccia parrebbe incombere sui paesi occidentali: il Khorosan. Questi, secondo i rapporti dell’intelligence statunitense, sembra essere composto solo da una cinquantina di adepti, operanti prevalentemente in Siria, il cui compito è quello di reclutare i martiri della jihad. L’elemento più pericoloso del Khorosan è il leader Muhsin al-Fadhli, già vicino a Bin Laden ed ora collaboratore di al-Asiri, esponente di Aqsp, noto per la capacità nel confezionare esplosivi. Sia l’Isis che il Khorosan, sono figli illegittimi dei miliziani che si opposero ad al-Assad, i quali si formarono sotto l’egida degli Stati Uniti ed in parte anche dell’Italia, che li addestrò militarmente.
Un errore ripetuto con la decisione di armare i curdi ancora impegnati nel tentativo di rovesciare al-Assad.
Tecnicamente la guerra allo Stato Islamico era inevitabile, ma poteva essere scongiurata tramite una politica tesa ad istaurare relazioni diplomatiche con i paesi del Grande Medio Oriente, piuttosto che preferire azioni militari devastanti che hanno ingenerato l’assurgere di un odio ideologico verso l’Occidente e la nascita di formazioni terroristiche.
La guerra in Libia, ha ottenuto il solo risultato di creare una diffusa instabilità politica, che ha poi consegnato il paese alle milizie islamiche. Similmente gli accaduti in Iraq, dove il Governo post occupazione statunitense, non è riuscito a legittimarsi, ed ha dovuto cedere il controllo del Nord del paese all’Isis. L’intervento militare in Siria, incarna la variabile di maggior peso nella questione del Vicino Oriente: seppur in collaborazione con al-Assad, nemico dell’Occidente, i raid potrebbero rafforzare la posizione del regime siriano, o al contrario, consegnare agli Stati Uniti l’intero paese dopo l’inevitabile vittoria militare. In questo caso, le forze della coalizione tornerebbero ad avere gli stessi dilemmi post Guerra nel Golfo, dove evidentemente fallirono nella ricostruzione politica; tuttavia verrebbero ridisegnati gli equilibri dell’area: un maggior controllo su Iraq e Iran, una vicinanza ai Paesi arabi alleati nella guerra all’Isis, e con Israele pronto a rafforzare la sua egemonia regionale.
L’estensione dei conflitti statunitensi, affidati alle killing machines, e non più alle truppe terrestri, in Somalia, Yemen, Afghanistan e Pakistan, sono un altro focolaio di contrapposizione verso l’Occidente.
L’Amministrazione Obama ha perso anche l’Egitto a favore di una ritrovata Russia che ha saputo fronteggiare con fermezza la Nato nella questione Ucraina. Era ipotizzabile, al contrario, una forma di collaborazione fra Usa e Russia, tale da agevolare una politica di distensione nel Vicino Oriente, con il risultato finale, tutt’altro che secondario, di scongiurare gli assetti geopolitici contrapposti nell’Europa della crisi Ucraina.
L’Islam radicale, lontano dalle posizioni religiose del credo coranico, è una minaccia credibile tale da poter concretizzarsi in azioni terroristiche.
I servizi occidentali, si sono organizzati con eccessiva lentezza alla negazione del territorio europeo ed americano ad elementi ostili. La coalizione anti-Isis, si è accresciuta con la Gran Bretagna, dove parteciperà con metodologie diverse dall’Italia, la quale avrà ruoli non operativi fissati dal ministro Alfano con quattro proposte: “unire le attività delle forze di polizia e le attività di intelligence”; monitorare i “transiti dei passeggeri che volano in area Schengen”; “avviare squadre miste di esperti antiterrorismo”, e creare un “centro per controllare le comunicazioni via Web”.
Il coinvolgimento dell’Italia nella guerra all’IS, attualmente sembra abbia il solo scopo di asservire agli accordi atlantici, rafforzandone, però, la collaborazione. Ciò, di fatto, la espone ad attacchi terroristici, peraltro già annunciati, in particolare al Centro della Cristianità. Quest’ultimo è oggetto di accresciuti controlli di sicurezza.
Il compito è arduo, in quanto non si tratterà di controllare solo pellegrini dai tratti medio orientali, ma in considerazione dell’alta adesione al movimento estremista di molti occidentali, la minaccia potrebbe avere il volto di un innocuo cittadino francese od inglese in visita alla Città del Vaticano. Gli obiettivi in Italia sono diversi e non bene identificati, l’unica certezza dei servizi di intelligence italiani, è che il pericolo esiste concretamente e costatatemene. A maggior ragione, ciò vale per gli Stati Uniti, i quali vi si contrappongono schierando la maggiore proiezione di forza a loro disposizione: la portaerei George W. Bush, la migliore mai costruita, e con l’hard power aereo, rappresentato dal debutto ufficiale in battaglia dell’F-22, un velivolo talmente performante da convincere il Congresso a non autorizzarne la vendita all’estero, in quanto, se cadesse in possesso di elementi ostili, potrebbe divenire una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti.
A pochi giorni dall’inizio dei raid aerei in Siria, si è già concretizzata la necessità di un intervento terrestre, il quale dovrebbe essere affidato ad oltre diecimila soldati curdi, che saranno armati in modo adeguato, ed addestrati in azioni militari complesse. Un ritorno agli inizi anti al-Assad, che potrebbe rappresentare un ennesimo errore dell’Occidente, tale da agevolare la nascita di nuove formazioni terroristiche, forse meglio organizzate ed equipaggiate dell’Isis stesso.
L’Italia, se dovesse scampare ad eventi drammatici interni, avrà avuto, ancora una volta, la capacità di schierarsi con il più forte e fruire dei vantaggi politici, militari ed economici del caso, in riferimento alle forniture di materie prime, quali gas naturale e petrolio.

