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Fonti del Pentagono hanno reso noto che sono già 6.600 le operazioni di contrasto all’Isis in Siria e in Iraq, e che sono state sganciate fino ad oggi 1.700 bombe.

Il segretario Usa alla Difesa, Chuck Hagel, ha spiegato che la strategia militare utilizzata fino ad oggi “sta funzionando”, per quanto i risultati delle azioni “siano misti”.

L’impressione che si ha è che mentre a Kobane i curdi stiano resistendo, in Iraq la situazione peggiori di giorno in giorno, con le forze jihadiste che avanzano in diversi punti del paese spingendosi, come nel caso della provincia di Diyala, a ridosso del confine dell’Iran, il quale sta solo aspettando il “casus belli” per intervenire.

L’Osservatorio siriano per i Diritti umani, organizzazione vicina alle opposizioni e con sede a Londra, ma che da sempre ha il polso della situazione, ha riferito che i raid della coalizione “ogni giorno infliggono ai jihadisti pesanti perdite” e che “testimoni ci hanno raccontato di aver visto i cadaveri degli jihadisti nelle strade”.

La situazione nella città curdo-siriana di Kobane resta comunque difficile, con i curdi che comunicano di essere allo stremo, mentre stanno aspettando i Peshmerga che dovrebbero giungere la Kurdistan iracheno, ora che la Turchia ha concesso loro la possibilità di transitare sul proprio territorio. Tuttavia l’Isis sta strategicamente tenendo i Peshmerga, addestrati ed equipaggiati, impegnati nel Kurdistan iracheno, proprio per cercare di evitare di farli confluire a Kobane.

David Cohen, sottosegretario Usa al Tesoro con delega all’intelligence finanziaria e al terrorismo, ha spiegato che i jihadisti hanno “ammassato ricchezze ad un ritmo senza precedenti, le quali generano decine di milioni di dollari al mese”.