di Niki Di Landa

Dopo i sanguinosi fatti di Parigi, l’occidente sembrava pronto a formare una coesa e compatta coalizione anti-Isis, in risposta al discorso del presidente Francois Hollande che assomigliava molto, in certi passaggi, ad una chiamata alle armi con la solenne dichiarazione “La France est en guerre”.

La compattezza della coalizione occidentale però è durata poco, solo il tempo di far raffreddare i sentimenti e le emozioni dopo gli attacchi di venerdì 13 novembre: il governo italiano ha imposto una sorta di veto nell’utilizzo della parola “guerra” ed Hollande si ritrova oggi a fare la spola tra Washington D.C. e Mosca, intervallata dalla visita di Matteo Renzi e di Angela Merkel all’Eliseo.

Seppur a fatica la Francia dimostra unità e coesione davanti alla strategia disegnata dal suo governo e mostra di avere le idee chiare su come occorre agire. Il resto della coalizione occidentale invece sembra smarrita e l’iniziale mano tesa a Parigi inizia ora a farsi meno certa.

In questo scenario così incerto il 24 novembre Mosca ha confermato l’abbattimento del suo cacciabombardiere Sukhoi-24 ad opera dell’aviazione turca, per aver oltrepassato – secondo Ankara – il confine tra Turchia e Siria, per 17 secondi. Versione respinta dalla Russia, secondo cui il velivolo era rimasto nei cieli della Siria. Il presidente Putin ha subito parlato di “pugnalata alle spalle”, promettendo immediate ritorsioni nei confronti di Ankara.

Quanto accaduto avvalla i dubbi sulla lealtà del governo turco nella lotta all’Isis. Inutile, ed anzi controproducente, il tentativo di Washington di calmare gli animi sostenendo che la Turchia in quanto membro Nato ha il diritto di difendere il proroio territorio.

Sappiamo bene che la sicurezza europea, che deve essere ora la priorità dei governi senza ulteriori ritardi, si realizza anche e soprattutto con l’appoggio di Mosca. L’azione turca di abbattere un caccia russo potrebbe avere conseguenza ben più gravi di quanto ora ipotizzato. Le prime reazioni di Putin, inizialmente riguardanti il settore commerciale, non sono tardate ad arrivare come da lui stesso promesso: boicottaggio dei prodotti turchi e la richiesta esplicita del vicepremier russo Rogozin rivolta alle armerie russe di non vendere più prodotti provenienti dalla Turchia, unitamente ad un forte controllo dei prodotti dell’agroalimentare turco in entrata.

Putin sa bene che l’Europa ha bisogno della sua alleanza e questa è una carta che intende giocarsi fino in fondo specialmente dopo l’ondata emotiva delle stragi di Parigi e l’abbattimento dell’aereo russo sul Sinai, episodi che hanno in qualche modo riavvicinato Mosca all’Europa e alla coalizione occidentale anti-terrorismo. Al contempo, il governo turco dell’Akp, dopo le elezioni del 1 novembre, non ha fornito una chiara presa di posizione nello scacchiere globale: come membro Nato, il governo di Ankara, nonostante l’appoggio dell’alleato Obama incassato da Erdogan proprio a seguito dell’incidente con Mosca di martedì 24, non può permettersi un così ambiguo comportamento derivante, senza troppe incertezze, dalla paura che siano i curdi, che stanno combattendo l’Isis ed anche al-Assad, ad avere la meglio nella crisi siriana. La forza di Putin, al contrario, si dimostra proprio ora nelle azioni decise e concrete che, in un momento dove le maggiori potenze sembrano brancolare nel buio, rappresentano la sicurezza di chi sa che cosa è meglio per il proprio paese. Di questo ne sono altamente consapevoli non solo Francois Hollande, ma anche il governo di Angela Merkel: la sicurezza europea si costruisce con la Russia e non con un governo che fa il doppio gioco.

La contrapposizione Mosca-Washington richiama alla mente il clima da proxy war della guerra fredda con gli Stati Uniti, che utilizzano l’incidente del jet russo per destabilizzare la posizione di Mosca nella regione. Al contempo Ankara sta portando avanti, da circa un anno, una forte azione di lobby per ottenere da Wahington una zona di sicurezza da amministrare con copertura aerea per promuovere azioni anti-Isis con forze di opposizione filoturche. Nelle prossime settimane le alleanze e le strategie che si andranno a delineare potrebbero ricordare schieramenti di conflitti passati, ma anche riservare sorprese, visto il carattere imprevedibile degli attori in gioco e la posta molto alta sia nella lotta all’Isis che nella controversa vicenda siriana.