di Enrico Oliari –

Il presidente russo Vladimir Putin non è disposto a metterci una pietra sopra. Non solo per quella “pugnalata alle spalle” che è stato l’abbattimento del Sukhou-24, bensì per l’evidente supporto dato dalla Turchia ai gruppi che in Siria combattono Bashar al-Assad, da quelli “moderati” (se ancora ve ne sono), a quelli legati ad al-Qaeda e all’Isis.

Anzi, quanto accaduto sui cieli della Siria (o della Turchia) lo scorso 24 novembre ha permesso a Putin di mettere il presidente turco Recep Tayyp Erdogan una volta per tutte con le spalle al muro: pesano ora come macigni le decine di migliaia di foreign fighter provenienti dal Nordafrica, dall’Europa e dal Caucaso e passati per gli aeroporti turchi, i combattenti feriti dell’Isis assistiti negli ospedali di Ankara, le centinaia di camion di petrolio dello Stato Islamico diretti a nord, le armi e gli equipaggiamenti che sono transitati dal confine turco e i giri di denaro di cui si sa ancora poco.

Le sanzioni di Mosca alla Turchia potrebbero costare care, basti pensare al gasdotto Turkish stream, all’embargo per i prodotti agricoli, alla sospensione dei cantieri per l’edilizia turchi in Russia e al blocco del progetto per la costruzione della centrale atomica da 4,8 gigawatt di Akkuyu.

Ma ancor più Erdogan, dopo le stragi di Parigi e l’abbattimento dell’Airbus russo sul Sinai, potrebbe passare per il capro espiatorio di un esperimento drammaticamente finito male, che ha visto anche altri attori, dagli Usa a paesi dell’Europa, alle monarchie del Golfo sostenere i gruppi jihadisti per combattere Bashar al-Assad senza sporcarsi le mani. “L’Isis è un Frankenstein tornato a divorare i suoi creatori”, aveva profetizzato il ministro degli Esteri iraniano Mohamad Javad Zarif all’Assemblea Onu del settembre 2014.

Erdogan è, insomma, sempre più solo, e Putin sta giocando bene le sue carte relazionandosi con quegli europei che ora stanno pagando gli errori commessi in Siria.

Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha smentito poi quanto dichiarato dal presidente turco circa la telefonata fatta immediatamente dopo l’abbattimento del Sukhoi a Vladimir Putin, alla quale lui non avrebbe risposto: non ci sarebbe stata nessuna telefonata. E putin, incontrando Hollande, ha detto che “Chi conduce il business criminale con i terroristi prima o poi la deve pagare”.

Erdogan sta comunque cercando di smarcarsi dalla situazione di scomodo: ha già fatto rientrare i caccia in volo sulla Siria al fine di evitare nuovi incidenti, e da Ankara è arrivato l’invito ad un incontro fra i due leader, quello russo e quello turchi, per il 30 novembre,

C’è, insomma, chi sta piano piano cambiando posizione davanti al quinto anno di guerra, al terrorismo e ai milioni di migranti e ai profughi che gli arrivano in casa, cosa che comporterà lo sganciamento dall’alleato turco gettandogli addosso ogni responsabilità. Tanto per dire, nel 2013 la Francia in primis voleva bombardare con gli Stati Uniti Bashar al-Assad, oggi bombarda chi combatte Bashar al-Assad.

Centrale è stato comunque l’incontro di giovedì fra Francoise Hollande e Vladimir Putin, avvenuto dopo un tour de force che ha visto il presidente francese incontrarsi in pochi giorni con il premier britannico David Cameron, il presidente Usa Barak Obama, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il premier italiano Matteo Renzi: nel faccia a faccia di due ore e mezza i due leader hanno deciso di “coordinare” i loro attacchi in Siria contro l’Isis e di non colpire coloro che lottano contro i jihadisti, cioè gli oppositori. Resta da capire chi sono gli oppositori che combattono contro i gruppi jihadisti: anche Jabat al-Nusra combatte l’Isis, ma come si può chiedere all’opinione pubblica occidentale di combattere al-Qaeda, di cui al-Nusra è la diramazione siriana, in Afghanistan e di sostenerla in Siria? La cosa rappresenta una sorta di compromesso da parte di Mosca, che ancora una volta spinge per una soluzione della crisi siriana politica, da realizzarsi dopo la sconfitta dello Stato Islamico. E la posizione di Putin, ribadita quasi una condicio sine qua non a Francois Hollande è che “Il destino del presidente della Siria deve essere nelle mani del popolo siriano”, e ”l’esercito del presidente al-Assad è il principale alleato nella lotta contro l’Isis”.