di C. Alessandro Mauceri –
Una cosa che ha caratterizzato gli ultimi anni è che nessuno di coloro i quali aveva causato gravi crisi economiche o il crollo di gruppi bancari è mai stato neanche processato. Al massimo, come nel caso Deutsche Bank, sono state comminate sanzioni pecuniarie.
C’è, però, un paese che ha deciso di fare diversamente. In Islanda il parlamento ha deciso di trattare le banche come normali imprese e ha creato un organismo di controllo finanziario per monitorare realmente il loro comportamento.
Per questo nei giorni scorsi cinque banchieri di due tra le maggior banche nazionali, Landsbankinn e Kaupþing, sono stati condannati a pene detentive perché giudicati colpevoli di aver contribuito direttamente al crollo dell’economia del 2008. I dirigenti sono stati condannati a pene da due a cinque anni (la pena massima per crimini finanziari è sei anni, ma la Corte Suprema sta valutando di alzare questa soglia) per reati che vanno dalla manipolazione del mercato all’appropriazione indebita fino alla violazione del dovere fiduciario. La decisione di procedere nei confronti dei dirigenti delle banche è stata presa dopo che il parlamento islandese ha riconosciuto il rapporto di causa ed effetto tra il modo di gestire i mercati finanziari e l’economia del paese. Ad oggi l’Islanda ha dovuto pagare a caro prezzo la crisi finanziaria iniziata nel 2008. Ciò nonostante, gli islandesi sono riusciti a restituire in anticipo al Fmi i 332 milioni di dollari dovuti e ad evitare il collasso totale del sistema finanziario.
Con gli ultimi cinque sale a 26 il numero dei banchieri (quasi sempre dirigenti di importanti imprese finanziarie), condannati a scontare pene detentive: fino ad ora sono state emesse condanne per un totale di 74 anni di carcere, come ha riportato Jay Syrmmopoulos su activistpost.com.
Durissimo il giudizio di Olafur Ragnar Grimsson, presidente dell’Islanda: “Perché le banche sono considerate la Santa Chiesa dell’economia moderna? Perché le banche private non sono come le compagnie aeree o delle telecomunicazioni che possono andare in bancarotta se gestite in modo irresponsabile? La teoria della necessità di salvare le banche è una teoria dei banchieri a loro proprio beneficio, per poi caricare di imposte e austerità la gente. I cittadini delle democrazie liberali non accetteranno questo a lungo termine”. E ha aggiunto: “Non siamo stati abbastanza saggi da non seguire le ortodossie prevalenti nel mondo finanziario occidentale negli ultimi 30 anni. Abbiamo introdotto controlli valutari, lasciamo che le banche possano cedere, forniamo supporto ai poveri, e non abbiamo introdotto misure di austerità, come quelle applicate in Europa”.

