di Enrico Oliari –
Mentre continuano a cadere su Israele i razzi, per lo più rudimentali, lanciati da Gaza ed a partire raid di Tel Aviv contro la Striscia, si è finalmente messa in movimento la diplomazia internazionale nel tentativo di arrivare ad un cessate il fuoco bilaterale.
Fonti israeliane hanno fatto sapere di aver colpito un centinaio di siti fra i quali la sede del governo di Hamas a Gaza, dove non ci sono state vittime. Anzi, il premier di Hamas, Ismail Haniyeh, ha replicato via Twitter dichiarando che “i sionisti credono che il loro attacco ci indebolirà, ma è vero il contrario. Rafforza la nostra determinazione a liberare la Palestina finché non vinceremo”.
La conta dei morti nella Striscia di Gaza è arrivata oltre le quaranta unità, di cui molti civili, mentre i feriti sono 350: resta difficile prestare loro la dovuta assistenza in quanto Gaza è costantemente sotto embargo da parte di Israele e la regione palestinese non può essere rifornita del materiale sanitario necessario. Solo nel raid che ha colpito la casa del ministro dell’Interno Ibrahim Salah sono state ferite 35 persone, mentre mercoledì è stato centrata da un missile l’auto su cui viaggiava il comandante militare di Hamas, Ahmed Jaabari.
Israele, che deve contare tre vittime a causa di un razzo palestinese che ha centrato un’abitazione, ha disposto oggi il dispiegamento di una quinta batteria anti-missili Iron Dome nell’area metropolitana di Tel Aviv, comprende un radar di rilevamento e intercettazione elettronica, una centrale automatica di controllo di tiro e tre rampe dotate ciascuna di 20 missili intercettori: per quanto non in grado di fermare la totalità dei razzi lanciati, le batterie Iron Dome arrivano ad abbattere il 90 per cento dei missili lanciati da Gaza.
Tel Aviv ha inoltre richiamato 70mila riservisti e soprattutto si sta preparando alla seconda fase dell’operazione “Colonna di nuvole”, che prevede l’invasione via terra della Striscia di Gaza.
Un ruolo determinante nel riportare le parti alla ragione ed a fermare gli attacchi, potrebbe rivestirlo l’Egitto, come ha fatto notare il presidente statunitense Barak Obama.
L’Egitto ha da sempre svolto un ruolo di moderatore nelle crisi internazionali che hanno interessato il mondo arabo, ma oggi è alla guida del Paese il partito dei Fratelli Musulmani, legato a doppio filo con Hamas; recentemente Israele ha dimostrato interesse ad avere un buon rapporto con il Cairo, sia perché il quadro mediorientale si sta rivelando sempre più ostile allo Stato ebraico, sia perché nel Sinai si raccoglie il gas diretto verso le città israeliane, sia perché rimane necessario, nell’ottica di Tel Aviv, che l’Egitto non supporti Gaza.
Nel contempo l’intervento diplomatico egiziano potrebbe tornare utile allo stesso presidente Mohammed Morsi, il quale avrebbe l’occasione di vedere accrescere la stima internazionale nei confronti suoi e del suo partito. Così Morsi sta incontrando in queste ore al Cairo l’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al-Thani, il premier turco Recep Tayyip Erdogan e il leader di Hamas, Khaled Meshaal, nel tentativo di arrivare entro le 24-48 ore ad un cessate il fuoco.
Anche l’amministrazione Obama sta facendo pressioni sul governo Netanyahu per bloccare la preventivata invasione via terra della Striscia di Gaza, definita come “un’incursione che potrebbe danneggiare la stessa Israele e aiutare Hamas”, come scritto sul New York Times.
Nel primo pomeriggio vi è stato anche un colloquio telefonico fra il presidente russo Vladimir Putin ed il premier turco Erdogan, mentre questi era al Cairo con Ahmet Davutoglu: il ministro degli Esteri turco, incontrando la sua controparte egiziana, Mohamed Kamel Amr, ha detto che “gli attacchi israeliani devono cessare immediatamente”.
Condanna nei confronti di Israele per i violenti raid sono arrivate da diverse paesi fra i quali Cuba, che attraverso il ministero degli Esteri ha fatto sapere che “un’altra volta Israele fa valere la sua superiorità tecnica e militare per reprimere in maniera brutale la popolazione palestinese, facendo vittime fra i civili innocenti e causando enormi danni materiali che aggravano le precarie condizioni di vita di questo popolo”. “Ci appelliamo – ha continuato la nota – “alla comunità internazionale perché siano prese misure d’urgenza per frenare questi atti criminali”.
Il gruppo degli hacker Anonymous ha attaccato oggi oltre 9mila siti istituzionali e non del paese mediorientale.

