di Guido Keller –

Mentre il segretario di Stato Usa, John Kerry, si vede costretto ad annunciare i pochi risultati ottenuti dalla sua quinta missione in Israele volta a far ripartire i negoziati di pace con i palestinesi, fermi ormai dal 2010, il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, è intervenuto in occasione della riunione settimanale di riapertura del Consiglio dei ministri affermando che “Israele è pronto ad entrare in trattative (con i palestinesi) subito, senza precondizioni, e senza frapporre impedimenti alla ripresa di negoziati su un accordo definitivo” e che un eventuale accordo raggiunto sarà “sottoposto al popolo”.

I colloqui fra Kerry e Netanyahu si sono protratti anche per tredici ore di seguito, dove il rappresentante statunitense ha portato le richieste palestinesi della liberazione dei detenuti politici da più tempo rinchiusi nelle carceri israeliane, la rimozione dei posti di blocco in Cisgiordania e una dichiarazione di disponibilità a fare dei confini del 1967 la base per i negoziati.

Per Netanyahu sui primi punti si potrebbe trattare, ma sul terzo punto la posizione di Israele rimane fermamente contraria.

Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, raggiunto più volte da Kerry in Giordania e poi a Ramallah, ha fatto notare di essere possibilista verso un’apertura di Israele, ma di essere interessato a trovare il consenso per gli interessi della Palestina nella Comunità internazionale e non nell’”inutile” dialogo con i palestinesi, dal momento che la costruzione degli alloggi coloniali non è mai stata sospesa e che Israele non vuole cedere sulla questione dei confini.

Un segnale di distensione è arrivato tuttavia dal ministero israeliano dell’ Edilizia e dal municipio di Gerusalemme, i quali hanno comunicato di apprestarsi a rilanciare, finanziandone le infrastrutture, un progetto del 2011 relativo alla costruzione di 930 alloggi nel rione ebraico di Har-Homa’, a breve distanza da Betlemme: come ha osservato il rappresentante del Likud nel municipio di Gerusalemme, Elisha Peleg, l’approvazione di quei finanziamenti comporterebbe “il congelamento temporaneo” dei progetti edili a Gerusalemme Est.