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Dopo le affermazioni di ieri del ministro della difesa Moshe Yaalon, secondo il quale se i missili russi S300 venduti da Mosca a Damasco arrivassero in Siria “Israele saprebbe cosa fare”, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha chiesto ai ministri del suo governo di non rilasciare più dichiarazioni in merito.

Il viaggio del premier israeliano in Russia di pochi gironi fa, proprio per chiedere a Putin di bloccare la commessa, è andato a vuoto, anche perché il presidente russo gli avrebbe risposto che la vendita dei missili S300 risale a contratti precedenti al conflitto, addirittura risalenti all’era dell’Unione Sovietica. Come ha fatto sapere lo stesso Netanyahu, Tel Aviv teme che se tali armi finissero in mani sbagliate, potrebbero essere usate contro obiettivi israeliani.

Secondo Yaalon al momento “non c’è accelerazione nella trattativa tra Russia e Siria e “con buona speranza i missili non arriveranno mai a destinazione”.

Le speranze del ministro della Difesa potrebbero essere malriposte, se si pensa che l’accelerazione alla vendita potrebbe arrivare proprio dal voto di ieri del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea (su pressione di Francia e Gran Bretagna) per non rinnovare l’embargo sulla vendita di armi in Siria (sia ai ribelli che al regime), commercio che dovrebbe prendere piede con agosto.