di Manuel Giannantonio –

I responsabili dei partiti della destra israeliana descrivono il Primo ministro come il comandante del Titanic: Edward Smith, che aveva ignorato i messaggi che segnalavano gli iceberg. Proprio come lui, Benjamin Netanyahu resta sordo di fronte agli avvertimenti di coloro che prevedono una catastrofe diplomatica in ragione del crescente isolamento internazionale. La Germania, alleata più vicina allo Stato ebraico nel vecchio continente, ha forse dato l’esempio all’Unione Europea.

Berlino ha deciso che l’avvenire tra le imprese hig-tech israeliane situate nelle colonie della Cisgiordania e a Gerusalemme nella parte Est non potranno più beneficiare dei finanziamenti tedeschi, questa clausola territoriale dovrà essere ugualmente inserita in alcuni accordi di cooperazione. Questo irrigidimento percorre nel senso dell’accordo firmato da Israele con l’UE, la quale ha previsto un meccanismo simile per il programma scientifico europeo Horizon 2020. I Paesi Bassi sono stati i primi ad impegnarsi in questa campagna di boicottaggio.

Diversi fondi pensionistici europei sono stati appena associati, così come quelli di alcune Università americane che rifiutano di cooperare con i loro omologhi israeliani situati nelle colonie. Il premier Netanyahu che denuncia “l’ipocrisia” degli Europei, dovrebbe prestare attenzione alla loro crescente esasperazione. Israele può catalogare questa minaccia come tutto sommato limitata e scegliere di ascoltare il proprio ministro dell’Economia, il nazionalista religioso Naftali Bennett, per il quale “è meglio un boicottaggio economico che la creazione di uno Stato palestinese”. Dopo tutto, l’anno 2013 si è archiviato senza che nessuno dei grandi pericoli previsti si sia manifestato.

La guerra sul nucleare con l’Iran non ha avuto luogo; i jihadisti siriani non hanno esportato in Israele il conflitto che li oppone al regime di Damasco; lo Hezbollah libanese per conservare i suoi interessi non ha agito, la Cisgiordania è rimasta calma e la striscia di Gaza non ha sofferto la replica della guerra del 2012 contro Hamas.  Tuttavia queste incertezze persistono per il 2014. Il conto alla rovescia per le negoziazioni con i Palestinesi è agli sgoccioli. A fine aprile un ciclo di nove mesi impartito dai negoziatori si concluderà. Se verrà considerato un fallimento, i “Palestinesi non avranno altra scelta che un’offensiva diplomatica o armata”, ha stimato Amos Yadlin, direttore dell’Istituto di studi di sicurezza nazionale di Tel Aviv, alludendo a una fuga verso le Nazione Unite e verso la Corte penale internazionale. Israele, giustifica la sua intransigenza nel nome della sicurezza. Per i capi del suo esercito, la calma che regna nelle sue frontiere con la Giordania e l’Egitto non deve incitare lo Stato ebraico ad abbassare la guardia: le guerre interislamiche dell’Iraq e della Siria possono provocare delle metastasi e non è il caso che Tsahal ceda il controllo militare della giordana ad un futuro Stato Palestinese. Barack Obama ha ricordato che la cooperazione israelo-americana in materia di sicurezza “non è mai stata così forte”.

Il segretario di Stato John Kerry è rimasto impassibile sul rilancio della colonizzazione: la certezza che lo Stato ebraico debba contare solo su sé stesso non cessa di rinforzare Israele. L’Arabia Saudita è un potenziale alleato più improbabile, nonostante i due paesi condividano la stessa avversione per il regime di Teheran e la stessa inquietudine di fronte all’inasprirsi delle proprie relazioni con Washington. Il sostegno apportato dalla monarchia wahhabite agli jihadisti in Siria, costituisce una linea rosso per lo Stato ebraico.

I piccoli passi di Israele per riavvicinarsi ai paesi arabi reputati moderati saranno volti al fallimento finché i governi di questi paesi non potranno giustificare un riavvicinamento con il nemico.