di Enrico Oliari

Le prime misure adottate dal governo israeliano dopo la riunione sulla sicurezza per i gravi fatti dovuti a quella che in diversi definiscono “l’Intifada dei coltelli”, sono l’invio a Geruslemme di oltre mille militari, schierati in modo da sigillare i quartieri arabi di Gerusalemme Est, in quanto da lì, dai quartieri di Beit Hanina, Shuafat, Issawya, Silwan, Jabel Mukaber e Zur Bacher, proviene infatti il maggior numero di attentatori che in questi giorni hanno accoltellato, investito con le auto e sparato a cittadini israeliani. È stata inoltre minacciata l’imposizione del coprifuoco come pure la non restituzione dei corpi dei terroristi uccisi alle famiglie.

Il Comune di Gerusalemme ha inoltre introdotto un numero verde, il 9215, per denunciare attacchi; gli insediamenti nei territori hanno bloccato l’entrata dei lavoratori arabi per 48 ore; droni continuano a volare sui punti sensibili; sono state assunte 300 guardie private per sorvegliare i luoghi pubblici nelle città principali.

Il nazionalista e arabofobico Avigdor Lieberman si è spinto oltre chiedendo misure più rigide, cioè “l’imposizione della legge militare nei quartieri arabi di Gerusalemme e nei villaggi arabo-israeliani della Galilea”.

Quanto sta accadendo è evidente, e ben lo ha descritto il segretario di Stato Usa John Kerry in un intervento ripreso dal Jerusalem Post: “C’è stato un enorme aumento di colonie negli ultimi anni e oggi abbiamo questa violenza perché sta crescendo la frustazione”. Ha quindi fatto sapere che “Mi recherò presto lì, al momento opportuno, e cercherò di vedere se possiamo allontanarci da questo precipizio”.

In realtà l’argomento discriminazioni e soprusi esercitati da Israele nei confronti dei palestinesi è ampio, ma è ancora più evidente che vi sia chi, come il governo Netanyahu, abbia interesse a mantenere lo status quo, cioè a non arrivare ad una soluzione di un conflitto che bloccherebbe l’espansione e la colonizzazione dei territori.

Una situazuone che fa apparire vuoti ogni progetto e ogni soluzione, come quella dei “due popoli, due stati”, per cui il 1 ottobre all’Onu Abu Mazen ha annunciato che l’Autorità nazionale palestinese non avrebbe inteso più essere legata agli accordi di Oslo del 1993, dal momento che Israele non li rispetta:

“Comportandosi in questo modo – aveva spiegato in quell’occasione Abu Mazen – Israele non ci lascia altra scelta. Non possiamo restare noi gli unici obbligati a rispettare gli accordi che Israele viola sistematicamente. Per questo dichiariamo che non possiamo continuare a essere legati a questi accordi e che Israele si deve assumere la sua piena responsabilità come forza di occupazione”.

E proprio dal 1 ottobre hanno preso il via le violenze: il bilancio è di sette israeliani rimasti uccisi e decine i feriti in 26 attacchi messi; sul fronte palestinese si registrano 27 morti tra cui nove responsabili degli attacchi agli israeliani.