di Enrico Oliari –
Non è piaciuta al premier israeliano la proposta di Parigi di inviare sulla Spianata delle Moschee osservatori internazionali al posto dei militari israeliani: la possibilità data dal governo agli ebrei di pregare sulla Spianata, uno dei luoghi sacri dell’Islam ma anche degli ebrei per via dei resti del tempio di Salomone, ha scatenato l’”Intifada dei coltelli”, che da disorganizzata si sta sempre di più trasformando in una protesta violenta e strutturata.
Gli ultimi gravi fatti di sangue Parlano di un palestinese, il 27enne Ahmed al Serhi, ucciso dai proiettili dei militari nei disordini avvenuti al confine della Striscia di Gaza, mentre domenica sera il 21enne arabo-israeliano Mohannad al-Aqaby ha ucciso a colpi di fucile un soldato di 19 anni e ne ha feriti altri 10 nei pressi di una stazione di autobus a Beershava, prima di essere freddato dalle forze di sicurezza; un agente ha scambiato un 29enne eritreo richiedente asilo, Haftom Zarhum, per un complice di al-Aqaby e lo ha ammazzato.
A scaldarsi è stata oggi la diplomazia, perché quella in corso è un’intifada che preoccupa non solo Israele ma anche la comunità internazionale per via dell’aspetto religioso. E se c’è una cosa che non piace a Benjamin Netanyahu è proprio quella di vedersi mettere le mani in tasca, per cui testimoni hanno parlato di un premier furibondo per la proposta dei francesi, al punto da convocare l’ambasciatore di Parigi Patrick Maissonave al ministero degli Esteri (di cui è capo ad interim) e di far sapere in un “colloquio aspro” il netto “no” all’arrivo di osservatori internazionali a Gerusalemme. A sostenerlo da Madrid li segretario di Stato Usa John Kerry, il quale ha affermato che una presenza internazionale sulla Spianata “non è necessaria”.
Eppure, mentre l’esercito israeliano ha provveduto ad arrestare lo sceicco Hassan Yusef, leader di Hamas in Cisgiordania in quanto “ha incitato al terrorismo” (cioè all’intifada, “fino alla liberazione di Gerusalemme, della Cisgiordania e della intera Palestina”), passa qualche segnale di un timido tentativo volto a placare la tensione: il premier ha infatti sospeso il progetto di costruire nuove barriere di cemento fra i quartieri arabi e quelli ebraici, i quali, per quanto le autorità israeliane lo neghino, assumono un sempre un significato politico.
Nel tentativo di riportare la calma e magari di riavviare le trattative, il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon è giunto questa mattina in Israele per incontrare Netanyahu e il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen.
Davanti all’immobilismo israeliano della soluzione del conflitto israelo-palestinese, era stato proprio il leader palestinese ad affermare, lo scorso 1 ottobre in occasione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, che l’Autorità nazionale palestinese non avrebbe inteso più essere legata agli accordi di Oslo del 1993, dal momento che Israele non li rispetta:
“Comportandosi in questo modo – aveva spiegato in quell’occasione Abu Mazen – Israele non ci lascia altra scelta. Non possiamo restare noi gli unici obbligati a rispettare gli accordi che Israele viola sistematicamente. Per questo dichiariamo che non possiamo continuare a essere legati a questi accordi e che Israele si deve assumere la sua piena responsabilità come forza di occupazione”.
E proprio dal 1 ottobre hanno preso il via le violenze.

