di C.Alessandro Mauceri –

La Corte europea per i Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per gli scontri tra polizia e manifestanti in occasione del G8 di Genova, nel luglio 2001. Secondo i giudici l’intervento delle forze dell’ordine italiane e l’irruzione alla scuola Diaz il 21 luglio 2001 “deve essere qualificato come tortura”. Per questo la Corte europea, intervenuta dietro richiesta di uno dei cittadini coinvolti, ha condannato l’Italia per un reato, quello di “tortura”, che nell’ordinamento italiano ancora non c’è.

Le proposte di legge per l’introduzione del reato di tortura risalgono ad oltre vent’anni fa, al 1989.

Da allora, però, nessuna è mai diventata legge dello Stato. Anche l’ultima, approvata dal Senato dopo una discussione durata 8 mesi, il 5 marzo 2014, è ancora attesa della rilettura alla Camera. Poi dovrà tornare al Senato.

I giudici di Strasburgo hanno detto che “deplorano che la polizia italiana abbia potuto impunemente rifiutarsi di fornire alle autorità competenti la cooperazione necessaria all’identificazione degli agenti che avrebbero potuto essere implicati negli atti di tortura”, e che “sono stati prescritti in appello i delitti di calunnia, abuso della pubblica autorità, lesioni”. Secondo la Corte le forze dell’ordine italiane avrebbero violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo (“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”).

La sentenza di Strasburgo, ha voluto sottolineare che nel Bel Paese esiste un problema “strutturale”, essendo la legislazione penale italiana “inadeguata nei riguardi dell’esigenza di sanzionare gli atti di tortura e priva di effetti dissuasivi per prevenire efficacemente il loro reiterarsi”.

Quello rilevato dalla Corte europea per i diritti dell’uomo, non è un problema “italiano”. Anzi. A trent’anni dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani e degradanti (ratificata da ben 155 Paesi), sono molti i Paesi che continuano ad usare o a tollerare la tortura. E questo anche quando, come in molti casi, la tortura è stata inserita, con leggi apposite, tra i reati punibili: solo lo scorso anno sono stati ben 79 i paesi che hanno praticato la tortura, (classificata da Amnesty International in una trentina di metodi diversi).

Non in qualche sperduto paese africano o mediorientale, ma anche nella “civilissima” Europa. Senza considerare che nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea, tortura e altri maltrattamenti spesso sono praticati in un contesto di segretezza che ne rende difficile il rilevamento e la classificazione. E quando questo possibile, quasi sempre gli autori rimangano impuniti. Negli ultimi anni Amnesty International ha registrato numerosi casi di comportamenti abusivi e illegali da parte della polizia nel corso delle proteste contro le misure di austerità in diversi paesi europei: oltre che in Italia, anche in Romania, in Spagna e, soprattutto, in Grecia.

Per non parlare dell’America dove le leggi d’amnistia e l’assenza della volontà politica d’indagare sui crimini del passato hanno impedito di fare giustizia per migliaia di casi di torture. Anche il governo degli Usa, infatti, è spesso venuto meno al dovere d’indagare sulle torture inflitte nei confronti di presunti terroristi nella cosiddetta “guerra al terrore”. Ad oggi pochi sono finiti sotto inchiesta per l’uso di tecniche di interrogatorio equivalenti alla tortura (come la privazione del sonno o obbligo di rimanere in posizioni dolorose per lunghi periodi di tempo o come il “waterboarding”). Anzi si sta sempre più diffondendo l’uso di giustificare il ricorso alla tortura e agli altri maltrattamenti come risposta “giustificata” o “giustificabile” per contrastare gli alti tassi di criminalità.

“In alcune prigioni di massima sicurezza degli Usa molte migliaia di detenuti si trovano in isolamento, in piccole celle dalle 22 alle 24 ore al giorno. Lo scarso accesso alla luce naturale o a luoghi esterni alle celle costituiscono trattamento crudele, disumano e degradante. La tortura è usata anche come metodo di punizione nei confronti dei detenuti o per estorcere “confessioni” a presunti criminali comuni”. A dirlo Amnesty International nel rapporto dal titolo “La tortura oggi: 30 anni di impegni non mantenuti”.

Secondo quanto riportato nel rapporto, da gennaio 2009 a marzo 2014 sono stati ha registrati casi di torture e altri maltrattamenti in ben 141 paesi (dati Amnesty International).

Eppure molti di questi avevano aderito alla Convezione o l’avevano sottoscritta. molti di questi avevano inserito nel proprio codice di procedura penale il reato di “tortura”. Stranamente, però, nessuno di questi paesi è stato citato presso la Corte europea per i Diritti dell’Uomo o presso altri organismi analoghi.