di Enrico Oliari –

Continuano aspri gli scontri a Kobane, la città curdo siriana situata al confine con la Turchia che i jihadisti dell’Isis stanno da oltre un mese cercando di strappare ai curdi, cosa che permetterebbe loro di controllare oltre 400 km di confine e di dare continuità alla parte settentrionale di quello “Stato Islamico” che ormai si estende dal territorio siriano a quello iracheno.

I curdi stanno resistendo ad oltranza grazie all’apporto di armi da parte della coalizione internazionale e ai numerosi raid, ma, come gli stessi combattenti hanno spiegato, sono ormai allo”stremo delle forze”.

Nonostante i jihadisti stiano tenendo impegnati i Peshmerga del Kurdistan iracheno, in diversi si sono messi in marcia dopo che la Turchia ha concesso loro il permesso di transitare sul proprio territorio, e le prime unità dovrebbero giungere a Kobane entro breve. Oggi colpi di artiglieria pesante sono stati sparati dai jihadisti a nord di Kobane, in direzione del confine turco.

Tuttavia se i militari turchi rimangono impassibili al di là del proprio confine, distante dalla città contesa solo poche centinaia di metri, un aiuto potrebbe venire dai ribelli siriani, di cui si dice che già un migliaio si sarebbero messi in movimento. Per intervenire la Turchia ha posto condizioni, ovvero la creazione di una zona cuscinetto di 20 km. in territorio siriano, la partecipazione ad un’azione via terra anche dei militari degli altri paesi della coalizione e soprattutto la deposizione di Bashar al-Assad: si tratta di richieste difficilmente accettabili, anche perché il presidente siriano può contare sull’appoggio politico (e non solo) della Russia, paese con diritto di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e soprattutto con una base a Tartus, l’unica in un panorama che dal Marocco al Kirghizistan (con esclusione dell’Iran) vede basi statunitensi.

I jihadisti dell’Isis, il quale, ricordiamo, è stato creato da Usa e Occidente, Turchia e Qatar per combattere al-Assad senza intervenire direttamente, sembrano non cedere nonostante le continue perdite: come ha spiegato David Cohen, sottosegretario Usa al Tesoro con delega all’intelligence finanziaria e al terrorismo, i jihadisti hanno “ammassato ricchezze ad un ritmo senza precedenti, le quali generano decine di milioni di dollari al mese”.

Dal momento che per “generare” simili sostegni economici servono operazioni finanziarie all’estero (di certo non in Siria e in Iraq), perché nessuno ha ancora ritenuto opportuno chiudere ai jihadisti tali canali? Una risposta potrebbe arrivare dal commercio di armi, per cui se c’è chi muore, c’è chi si arricchisce: è la storia di sempre.

Oltre a questo godono di una forte determinazione dovuta al fattore ideologico-religioso, una caratteristica che sta spingendo diverse cellule in Occidente a compiere attacchi specie nei confronti di militari e di agenti di polizia, come nel caso di Zale Thompson il 24 ottobre a New York, di Michael Joseph Hallm il 22 ottobre ad Ottawa, di Martin Couture-Rouleau il 20 ottobrea Montreal e si potrebbe continuare a lungo passando per i recenti arresti a Londra e in Australia, fino all’attentato al museo Ebraico di Amsterdam e alla barbara uccisione del militare 25enne Lee Rigby, avvenuta nel maggio 2013 a Londra, nel quartiere Woolwich.

In Iraq i jihadisti dell’Isis sono entrati nella provincia di Diyala, a ridosso del confine dell’Iran, il quale sta solo aspettando il “casus belli” per intervenire direttamente nel conflitto, anche perché si tratterebbe di un’azione preventiva, in quanto la nascita dello “Stato Islamico”, sunnita, comporterebbe domani una guerra contro Teheran (sciita).

Oggi otto militari iracheni sono stati uccisi in combattimenti con i miliziani dell’Isis a sud di Baghdad, capitale ormai quasi circondata, mentre erano intenti a garantire la sicurezza di centinaia di pellegrini sciiti che, come ogni anno, di questo periodo si recano per le celebrazioni dell’Ashura nella città santa di Kerbala. Fonti parlano anche di diverse vittime fra i jihadisti.

Unica nota positiva di oggi è la conquista di Zumar (Iraq settentrionale) da parte dei Peshmerga curdi.