di Giovanni Ciprotti –

Nella seconda metà del XX secolo l’assetto del sistema internazionale era bipolare ed esistevano due superpotenze: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Dopo la dissoluzione dell’Urss di superpotenza ne è rimasta una sola, che nelle previsioni di alcuni analisti e uomini politici avrebbe guidato il mondo dando luogo ad un nuovo ordine.

Negli anni Novanta del secolo scorso gli Usa sono stati definiti, di volta in volta, “superpotenza solitaria” o “iperpotenza“ e considerati la “nazione indispensabile”. Parallelamente agli espliciti riconoscimenti della posizione preminente che occupavano all’interno del sistema di relazioni internazionali, tuttavia, hanno ripreso quota le tesi di un loro presunto declino. Teorie non nuove, per la verità, riemerse ciclicamente ogni volta che la politica estera statunitense ha fatto registrare una battuta d’arresto, dalla “perdita” della Cina del 1949 in poi.

Joseph Nye sostiene, nel suo libro “Fine del secolo americano?”, che in un prevedibile futuro gli Stati Uniti resteranno ancora fondamentali per gli equilibri del sistema internazionale, che però è destinato ad evolvere e sarà molto diverso da quello che abbiamo conosciuto ai tempi della Guerra Fredda. La diffusione della potenza tra una pluralità di stati e l’affermarsi sulla scena mondiale di attori non statuali – organizzazioni sovranazionali, società transnazionali, gruppi terroristici – è alla base della “crescita della complessità del sistema internazionale [che] rende il controllo dei governi più difficile.”

Nella sua analisi, l’autore individua i punti di forza e di debolezza sia degli Stati Uniti sia dei loro più probabili concorrenti, come il Brasile, la Cina, l’India e la Russia. La conclusione è che gli Stati Uniti, sebbene non godano più della posizione che ha sovente permesso loro di influenzare il corso degli eventi nel XX secolo, non rischiano di dover duellare, in un futuro prossimo, con un concorrente che possa tener loro testa sullo scacchiere globale.

Utilizzando un modello tridimensionale – in cui le tre dimensioni sono il potere economico, quello militare e il “soft power” – per valutare la capacità di uno stato di influire sulle relazioni internazionali, Nye conclude che nessuna delle potenze emergenti ha, né potrà avere a medio termine, la caratura per spodestare dal trono gli Usa e mettere fine al lungo secolo americano.

All’interno dei cosiddetti BRICS, l’autore sembra propendere per la Cina come nazione che ha maggiori chances di avvicinarsi al livello del potente stato nordamericano. Tuttavia, malgrado i notevoli progressi in campo economico e gli ingenti investimenti per le spese militari, la Cina è condizionata da un sistema politico che non giova alla sua reputazione internazionale: “man mano che diventa più spregiudicata nell’esplicitare le proprie pretese territoriali nei confronti dei suoi vicini, la Cina rinuncia all’obiettivo di aumentare il suo soft power.” Ma “il fatto che nei destini della Cina non ci sia quello di diventare un competitor degli Stati Uniti su scala globale non significa che essa non possa sfidarli in Asia”.

Dalla fine della Guerra Fredda le amministrazioni statunitensi si interrogano sull’atteggiamento da tenere a fronte della ascesa della Cina. Il crescente interesse strategico di Washington per lo scacchiere asiatico pone inevitabilmente la questione del possibile conflitto tra gli Stati Uniti e la Cina per la supremazia sui mercati e sulle risorse dell’Asia. Per quanto concerne le possibili risposte americane alle politiche cinesi, gli analisti suggeriscono una pluralità di reazioni che oscillano tra una strategia di contenimento e un più diretto e deciso interventismo per prevenire prove di forza da parte di Pechino. A tale riguardo, Nye scrive che “l’ascesa della Cina ricorda un altro ammonimento di Tucidide, quello per cui la convinzione dell’inevitabilità del conflitto può diventare una delle sue cause principali”. L’autore non ritiene inevitabile lo scontro tra Cina e Stati Uniti, ma lo annovera tra gli eventi possibili: “non ci rimane che osservare se Stati Uniti e Cina sapranno gestire bene il loro rapporto. L’errore umano e l’errore di calcolo sono sempre possibili”.

E se di errore umano potrebbe trattarsi, le persone che detengono o potranno detenere il potere decisionale proprio dei ruoli apicali, a Pechino come a Washington, possono fare la differenza. Da questo punto di vista è importante l’esito delle prossime elezioni presidenziali americane. Tra poche settimane sapremo se gli elettori avranno dato fiducia a Hillary Clinton o a Donald Trump.

La prima, che dovrà tra le altre difficoltà preoccuparsi di cancellare, agli occhi della pubblica opinione, alcuni aspetti non esaltanti della sua passata esperienza di Segretario di Stato.

Il secondo, che ha vinto la nomination del partito repubblicano a dispetto degli iniziali pronostici e malgrado l’avversione di larga parte dell’establishment del Grand Old Party, rappresenta – nelle parole di Zygmunt Bauman – “il trasferimento dei consensi dalla leadership al management: dove la leadership è la capacità di fare le cose giuste, mentre il management è semplicemente la capacità di fare le cose bene”.

La conferma o la smentita della analisi di Joseph Nye dipenderà anche da chi, tra i due attuali sfidanti, siederà nello Studio Ovale dal 20 gennaio 2017.