Kharg nel mirino degli Stati Uniti: colpito il cuore petrolifero dell’Iran

di Giuseppe Gagliano –

L’isola di Kharg, principale snodo delle esportazioni di greggio iraniano, entra nel mirino degli Stati Uniti segnando un salto di livello nello scontro con Teheran. Washington ha colpito installazioni militari sull’isola senza distruggere i terminali petroliferi, ma il segnale politico e strategico è chiaro: gli Stati Uniti hanno dimostrato di poter toccare il punto più sensibile dell’economia iraniana. Secondo Reuters, da Kharg transita circa il 90 per cento delle esportazioni di petrolio della Repubblica islamica. L’isola può stoccare fino a 30 milioni di barili e all’inizio di marzo ne conteneva circa 18 milioni. Le strutture energetiche non sono state colpite direttamente, ma la minaccia resta aperta nel caso in cui Teheran continui a interferire con il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.
Sul piano militare la scelta americana appare calibrata. Colpire Kharg senza distruggere i terminali equivale a esercitare una pressione massima senza provocare subito un incendio energetico globale. Washington invia a Teheran un messaggio diretto: il principale tallone d’Achille dell’Iran è vulnerabile. Allo stesso tempo evita, almeno per ora, un collasso immediato delle esportazioni iraniane che potrebbe spingere Teheran a una ritorsione su larga scala contro infrastrutture petrolifere del Golfo, rotte commerciali e flotte occidentali presenti nella regione. Reuters riferisce che Donald Trump ha minacciato esplicitamente la rete petrolifera dell’isola se il traffico nello Stretto di Hormuz resterà bloccato.
Il nodo centrale resta proprio Hormuz. Il valore strategico di Kharg dipende dal controllo di questo passaggio marittimo, uno dei più importanti del mondo per il commercio energetico. Se l’Iran riuscisse a rendere instabile lo stretto, la pressione non colpirebbe solo gli Stati Uniti ma l’intero sistema energetico globale. Il Guardian riferisce che Washington sta rafforzando la presenza militare nell’area con circa 2.500 marines e con il gruppo anfibio legato alla USS Tripoli, segnale che la fase navale e missilistica dello scontro è tutt’altro che conclusa.
Il rischio più grave riguarda però l’economia mondiale. Reuters ricorda che l’Iran esportava circa 1,7 milioni di barili al giorno e che la perdita del terminale di Kharg potrebbe sottrarre fino a 2 milioni di barili quotidiani al mercato globale. Secondo le stime citate dal Guardian, un attacco diretto alle infrastrutture petrolifere dell’isola potrebbe spingere il prezzo del greggio verso i 150 dollari al barile. Un simile aumento avrebbe effetti immediati sull’inflazione globale, sui trasporti e sulla crescita delle economie importatrici, trasformando un conflitto regionale in una crisi economica internazionale.
Per Teheran Kharg rappresenta molto più di un semplice hub logistico. È il punto in cui convergono entrate fiscali, valuta estera e risorse finanziarie per sostenere l’apparato statale e militare. Proprio per questo un attacco diretto alle infrastrutture energetiche potrebbe provocare una risposta asimmetrica. L’Iran potrebbe colpire impianti petroliferi dei Paesi del Golfo, intensificare sabotaggi navali o utilizzare droni, mine e missili costieri contro il traffico marittimo e gli interessi occidentali nella regione. Reuters e il Guardian ricordano che Teheran ha già minacciato ritorsioni contro asset energetici legati agli Stati Uniti.
Dietro la crisi emerge anche una strategia geopolitica più ampia. Alcuni settori dell’establishment israeliano sostengono apertamente che colpire l’industria energetica iraniana possa indebolire il regime. Il Guardian cita la posizione dell’opposizione israeliana guidata da Yair Lapid, che ha chiesto di prendere di mira giacimenti e infrastrutture energetiche dell’isola. In questa prospettiva il conflitto si sposta dal contenimento nucleare alla pressione economica diretta sul sistema di sopravvivenza dello Stato iraniano.
La dimensione geoeconomica rende la crisi ancora più complessa. Un’escalation nel Golfo farebbe aumentare il premio di rischio su tutto il mercato petrolifero globale. La Cina, principale acquirente del greggio iraniano via mare, verrebbe colpita sul piano degli approvvigionamenti, mentre l’Europa subirebbe l’impatto dell’aumento dei prezzi. I produttori del Golfo, infine, si troverebbero esposti a possibili ritorsioni iraniane contro i loro impianti energetici.
Lo scenario più favorevole per Washington è che la pressione su Kharg costringa Teheran a ridurre le minacce sul traffico nello Stretto di Hormuz senza arrivare alla distruzione dell’hub petrolifero. Il rischio opposto è che l’isola diventi il detonatore di una guerra energetica regionale con attacchi a terminali, petroliere, impianti di liquefazione e basi navali. In quel caso il conflitto uscirebbe dalla dimensione militare tradizionale per trasformarsi in una crisi economica globale legata al petrolio.