di Guido Keller

La città curdo-siriana di Kobane, 500mila abitanti con i villaggi attorno, continua ad essere oggetto di tentativi di sfondamento da parte dei miliziani dello Stato Islamico, che da giorni la assediano su tre lati, mentre nord il confine turco continua ad essere meta dei numerosi civili in fuga, un dramma umanitario che parla già di 200mila profughi che si vanno ad aggiungere ai milioni in fuga dal conflitto siriano. Proprio da Kobane è arrivata la notizia della decapitazione di quattro militari curdi, di cui tre donne e un uomo.

L’Isil, come ormai è risaputo, è il frutto di una cattiva strategia di Occidente, Turchia e monarchie del Golfo (in particolare il Qatar) ideata per combattere il regime di Bashar al-Assad in Siria senza intervenire in modo diretto, in quanto il paese di Damasco è da sempre alleato di ferro della Russia e a Tartus vi è una delle poche basi militari di Mosca in un panorama che dal Marocco al Kirghizistan ospita, con l’esclusione di Siria e Iran, basi statunitensi.

Se dall’Occidente arrivavano armi e il supporto di intelligence (l’Isil può contare su armamenti pesanti quali carri armati, lanciarazzi e artiglieria), e dal Qatar giungevano risorse economiche, attraverso la Turchia passavano i molti combattenti stranieri che si dirigevano in Siria per unirsi allo Stato Islamico, e negli ospedali turchi erano curati i jihadisti feriti.

Poi la cosa è sfuggita di mano, dal momento che gli jihadisti dello Stato Islamico sono e restano una realtà incontrollabile motivata da un’ideologia radicale ben precisa, una forza indomabile che ha invaso l’Iraq e che si è accanita contro gli ostaggi occidentali. La conseguenza infelice di una scelta scellerata ben definita dal ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, il quale ha parlato di “un Frankenstein venuto a divorare i suoi creatori”.

Fatto sta che le autorità turche si sono trovate in un primo momento inebetite davanti alla decisione di Barak Obama di intervenire contro l’Isil e se dapprima hanno provveduto solo a chiudere la via di transito dei combattenti nordafricani e occidentali che calavano in Siria, dopo la liberazione dei 49 ostaggi turchi hanno cominciato a schedare i jihadisti presenti sul territorio turco; finalmente oggi il governo di Ankara ha chiesto al Parlamento il via libera ad azioni sia in Siria che in Iraq.

Meglio tardi che mai, si potrebbe mormorare, anche perché sono giorni che i caccia di Usa, Giordania, Qatar, Emirati Arabi, Kuwait e da due anche britannici martellano le postazioni dell’Isil dando la possibilità ai curdi, sia della parte irachena che di quella siriana, e all’esercito di Baghdad di colpire via terra, forti delle armi fornite dalla coalizione internazionale.

Ankara avrebbe addirittura trovato il casus belli: i jihadisti dello Stato Islamico hanno tentato di sopraffare i militari turchi di guardia alla tomba di Suleiman Shah, nonno del fondatore dell’impero ottomano Osman I, situata a 25 chilometri a sud del confine siriano, ma considerata da Ankara come proprio territorio. Tutt’ora fonti parlano di centinaia di jihadisti sul punto di combattere contro le poche decine di turchi disposti a protezione del mausoleo.

Secondo il quotidiano turco Zaman, 10mila soldati turchi sono già stati ammassati lungo il confine e l’impressione che si ha è che potrebbero calarsi in Siria da un momento all’altro, mentre i jihadisti, che, come si diceva, sono armati di tutto punto, hanno dislocato 34 mezzi corrazzati di fronte.

Nell’area a ridosso del confine turchi l’isil ha preso il controllo di una settantina di villaggi, mentre dall’Iraq è arrivata la notizia preoccupante della conquista di una base militare dell’esercito ad Albu Aytha, a nord di Ramadi.

Intanto a sud si guarda l’evolversi della situazione: senza dubbio a beneficiare dell’azione della coalizione internazionale contro l’Isil è l’esercito di Damasco, il quale spera anche che anche la Russia, come si è detto nei giorni scorsi, possa entrare in gioco.

Caustico il presidente siriano Bashar al-Assad, il quale, incontrando a Damasco Ali Shamkhani, segretario del Consiglio della Sicurezza Nazionale dell’Iran, ha puntato il dito contro i paesi che partecipano alla coalizione sostenendo che gli estremisti non possono essere sconfitti da Paesi che hanno “diffuso il terrorismo, che hanno aiutato a creare i gruppi terroristici, dando sostegno logistico e finanziario e diffondendo il terrorismo nel mondo”.