di Dario Rivolta * –
A seguito dell’accordo raggiunto con il Governo del Kurdistan iracheno, il ministro delle finanze di Baghdad ha confermato il trasferimento di 500 milioni di dollari verso Erbil riportando quindi alla normalità i rapporti tra le due istituzioni e ridando fiato alle esauste casse locali.
Sembra quindi indirizzato ad un positivo epilogo il lungo contenzioso sulle differenti interpretazioni della Costituzione in merito a chi spettassero la potestà e il diritto di vendita del petrolio e del gas estratti dai nuovi pozzi nella Regione autonoma. La lettura che ne dava (e dà) Erbil è che i governi regionali possono procedere in proprio in tutte le nuove esplorazioni e il relativo sfruttamento fatta salva la quota di utili spettante allo Stato centrale. Di parere diametralmente opposto è sempre stato, invece, il governo di Bagdhad che, ancor prima che iniziasse il flusso autonomo del petrolio curdo, aveva sospeso il versamento della percentuale del bilancio dello Stato di spettanza curda.
L’interruzione di questi versamenti, oramai in essere da molti mesi, aveva causato gravi problemi finanziari al Governo Regionale poiché , viste le minacce di Baghdad ai possibili compratori, ben poco del petrolio prodotto e inviato in Turchia ha potuto essere venduto autonomamente sui mercati internazionali e, anche quando è capitato, il suo prezzo è stato necessariamente molto inferiore a quello corrente. Considerata anche la necessità di finanziare la guerra contro l’Isis , Erbil ha dovuto ricorrere, e anche in quel caso con fatica, a prestiti internazionali soprattutto da banche straniere per poter pagare almeno gli stipendi al numeroso personale pubblico e ai peshmerga al fronte.
Non sono stati resi noti i dettagli dell’accordo ma risulta che con il compromesso raggiunto i curdi abbiano accettato di dirottare almeno 150.000 barili al giorno verso la SOMO (State Organization for Marketing of Oil) di Baghdad e che il locale Governo, anche pressato dagli alleati e dall’emergenza della guerra contro il comune nemico Isis, abbia di conseguenza interrotto il boicottaggio. Occorrerà verificare nel corso dei prossimi mesi e quando il pericolo terrorista non sarà più così pressante se l’accordo sarà in grado di reggere a lungo.
Restano infatti alcune importantissime incognite, alcune della quali di carattere interno e altre che hanno a che fare con le ambizioni dei vicini. La prima delle questioni rimaste aperte è quella che riguarda la potestà su Kirkuk e sui suoi ricchissimi pozzi di petrolio. I curdi, che la rivendicano da sempre, e con qualche ragione, come una storica città curda, l’hanno occupata qualche mese fa con i propri soldati per difenderla dai jihadisti dell’Isis e non hanno certo alcuna intenzione di lasciarla. Dal canto loro, sia il governo centrale per ovvi motivi, sia la Turchia e l’Iran, sono contrari alla prospettiva di un Kurdistan troppo ricco e faranno di tutto affinché la zona ritorni sotto il controllo del potere centrale.
Nel frattempo, il giorno 20 e il 21 novembre, il primo ministro turco Ahmet Davotoglu si è recato nella capitale irachena per un incontro ufficiale col collega locale. E’ certo che, tra gli argomenti in discussione, gli iracheni chiederanno garanzie che la Turchia non prosegua nei rapporti bilaterali con Erbil scavalcando il potere centrale e non accettino più di acquistare petrolio direttamente dai curdi senza l’avallo dell’Ente petrolifero ufficiale SOMO.
* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali

