di Giuseppe Gagliano –
Un’inchiesta del Jerusalem Post riporta l’esistenza di un piano sostenuto dal Mossad per impiegare forze curde iraniane e irachene come strumento di pressione militare contro Teheran, con il supporto di Israele in termini di copertura aerea, armamenti e capacità operative. Secondo il quotidiano, il presidente Donald Trump avrebbe però deciso di bloccare l’operazione, privilegiando la stabilità dei rapporti con la Turchia rispetto a un’ulteriore escalation contro l’Iran.
L’articolo si basa su dichiarazioni di alti funzionari israeliani rimasti anonimi ed è stato sottoposto alla censura militare israeliana, elemento che conferma la sensibilità della materia senza costituire una prova definitiva delle ricostruzioni riportate.
La parte più controversa riguarda il vicepresidente J.D. Vance. Alcune fonti israeliane sostengono che funzionari della Casa Bianca, e in particolare Vance, avrebbero fatto trapelare il piano ad Ankara, consentendo al presidente Recep Tayyip Erdoğan di convincere Trump a fermare l’operazione. L’accusa è stata però respinta con fermezza dal portavoce di Vance, Luke Schroeder, che l’ha definita priva di fondamento.
Altre testate internazionali hanno rilanciato la vicenda riprendendo le informazioni pubblicate dal Jerusalem Post, mentre precedenti indiscrezioni avevano già indicato l’interesse di Israele e degli Stati Uniti a utilizzare gruppi curdi per aprire un fronte interno contro la Repubblica islamica. L’obiettivo sarebbe stato costringere Teheran a disperdere le proprie forze e aumentare la pressione sul regime senza ricorrere a un intervento diretto di truppe americane.
Una simile strategia avrebbe tuttavia comportato conseguenze rilevanti per la sicurezza regionale. La Turchia considera infatti qualsiasi rafforzamento delle milizie curde ai propri confini una minaccia strategica e difficilmente avrebbe accettato un’operazione di questo tipo. In tale contesto, la scelta di Trump appare coerente con l’esigenza di preservare i rapporti con Ankara, alleato fondamentale della Nato e attore decisivo negli equilibri del Mar Nero, della Siria, del Caucaso e del Medio Oriente.
Sul piano geopolitico, la vicenda evidenzia le differenti priorità dei principali protagonisti. Israele continua a privilegiare una strategia di massima pressione contro l’Iran, la Turchia mantiene come priorità assoluta il contenimento delle forze curde, mentre una parte dell’amministrazione Trump sembra orientata a evitare un conflitto terrestre indiretto che potrebbe destabilizzare ulteriormente la regione.
Restano tuttavia irrisolti i principali interrogativi. Se l’esistenza di un progetto volto a sfruttare il fattore curdo appare compatibile con precedenti ricostruzioni giornalistiche, non emergono al momento prove pubbliche che confermino il presunto coinvolgimento di Vance nella fuga di notizie verso Ankara. Più che un caso accertato di tradimento, la vicenda sembra riflettere le profonde divergenze strategiche tra Washington, Israele e Turchia sulla gestione del dossier iraniano.




