L’ architettura dell’innovazione dello Stato americano e trasformazione in potenza geopolitica

Limiti del sistema europeo.

di Paolo Falconio * –

L’articolo analizza le fondamenta del primato tecnologico degli Stati Uniti, sostenendo che esso non sia il risultato esclusivo delle dinamiche del libero mercato, bensì di un ecosistema di capitalismo strategico nel quale Stato, università, agenzie di intelligence, forze armate, capitale di rischio e industria privata operano in modo integrato. Al centro di questo modello si colloca la DARPA, che finanzia la ricerca ad alto rischio quando il settore privato non è disposto ad assumerne i costi, mentre il governo federale conserva il controllo sulle tecnologie considerate strategiche attraverso strumenti normativi quali ITAR, controlli alle esportazioni e programmi classificati.
L’articolo ricostruisce il percorso attraverso cui numerose innovazioni – da Internet al GPS, dalla robotica all’intelligenza artificiale, fino alle tecnologie a mRNA – sono nate all’interno di questo ecosistema pubblico-privato per poi essere industrializzate dalle imprese. L’analisi si estende all’intelligenza artificiale contemporanea, esaminando i casi di OpenAI e Anthropic, che mostrano come i modelli di frontiera stiano progressivamente assumendo lo status di asset strategici nazionali, confermando la capacità dello Stato americano di ricondurre le innovazioni più rilevanti nell’ambito della sicurezza nazionale.
Dal punto di vista teorico, il lavoro colloca il modello statunitense nel quadro delle teorie dello Stato sviluppatore, dello Stato imprenditore e del National Security State, sostenendo che gli Stati Uniti abbiano sviluppato una forma originale di capitalismo strategico, capace di integrare ricerca pubblica, capitale privato e obiettivi geopolitici. L’articolo evidenzia inoltre le criticità del sistema, quali l’opacità dei programmi classificati, il deficit di controllo democratico e la crescente influenza del complesso tecno-strategico.
Successivamente viene proposto un confronto con i modelli di Cina e Russia, mostrando come tutte e tre le grandi potenze considerino la superiorità tecnologica una componente essenziale della sovranità nazionale, pur adottando differenti modalità di intervento pubblico.
La seconda parte dello studio è dedicata all’Unione europea, di cui vengono analizzati i limiti strutturali: vincoli derivanti dai Trattati, disciplina degli aiuti di Stato, frammentazione dei mercati dei capitali, insufficienza del venture capital, struttura bancocentrica del sistema finanziario e debolezza dei mercati di uscita. Pur riconoscendo l’importanza di strumenti recenti quali IPCEI, CISAF, Fondo Europeo per la Difesa, EDIP e Savings and Investments Union, l’autore sostiene che tali iniziative non siano ancora sufficienti a colmare il divario con gli Stati Uniti, poiché restano condizionate dall’architettura istituzionale dell’Unione.
La tesi conclusiva è che la competizione geopolitica del XXI secolo si giochi sempre più sulla capacità di controllare l’intero ciclo dell’innovazione, dalla ricerca scientifica alla produzione industriale, dalla proprietà intellettuale all’intelligenza artificiale e ai mercati finanziari. In questa prospettiva, gli Stati Uniti hanno costruito un ecosistema strategico coerente e integrato, mentre l’Europa deve ancora definire un modello capace di coniugare innovazione, autonomia strategica e legittimazione democratica.

Quando si osserva il predominio tecnologico degli Stati Uniti, si tende ad attribuirlo esclusivamente alla forza della Silicon Valley, al venture capital e all’iniziativa privata. È una rappresentazione solo parzialmente corretta. Dietro molte delle tecnologie che hanno trasformato il mondo – da Internet al GPS, dall’intelligenza artificiale ai robot autonomi – vi è un protagonista meno visibile ma decisivo: lo Stato americano.
Scordatevi la favola del nerd chiuso in un garage della Silicon Valley. Esiste un ecosistema che prevede lo Stato finanziare le nuove tecnologie quando queste sono troppo rischiose per il capitale privato.
Il cuore di questo sistema è la DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia del Dipartimento della Difesa fondata nel 1958, dopo il successo dello Sputnik sovietico, con una missione precisa: impedire che gli Stati Uniti venissero nuovamente sorpresi da una rivoluzione tecnologica sviluppata da una potenza rivale.
Da allora la DARPA è diventata il laboratorio strategico dell’innovazione americana.

Lo Stato investe dove il mercato non può.
L’elemento più interessante del modello statunitense è che lo Stato interviene esattamente dove il mercato si ferma.
Il capitale privato, per sua natura, ricerca investimenti con un ritorno prevedibile e tempi relativamente brevi. Le tecnologie realmente rivoluzionarie, invece, richiedono spesso decenni di ricerca, enormi capitali e presentano un’elevata probabilità di fallimento.
È qui che interviene la DARPA.
L’agenzia non possiede laboratori né produce direttamente sistemi d’arma. Finanzia università, centri di ricerca, startup e grandi aziende affinché sviluppino tecnologie considerate troppo rischiose o economicamente premature dal settore privato.
Lo Stato, in altre parole, assume il rischio che il mercato non è disposto ad assumersi.
Solo quando una tecnologia dimostra la propria validità entra in gioco il capitale privato, che la industrializza, la perfeziona e la trasforma in un prodotto globale.
Ma il passaggio al mercato non significa che lo Stato perda il controllo.

Il diritto di veto dello Stato.
È probabilmente questo l’aspetto meno conosciuto del sistema americano.
Gli Stati Uniti non si limitano a finanziare la ricerca. Conservano anche il potere di decidere il destino delle tecnologie strategiche.
Il Dipartimento della Difesa può adottare direttamente un’innovazione, mantenerla classificata oppure autorizzarne la diffusione nel settore civile.
Attraverso la normativa ITAR, i controlli sulle esportazioni, gli ordini di segretezza sui brevetti e i programmi classificati, Washington mantiene un vero e proprio diritto di veto sulle tecnologie ritenute essenziali per la sicurezza nazionale.
Il mercato può trasformare un’invenzione in un successo commerciale, ma non può decidere autonomamente il destino delle tecnologie strategiche.
Più che un semplice finanziatore, lo Stato americano agisce contemporaneamente come investitore del rischio, regolatore, committente e custode della sovranità tecnologica nazionale.
È questa la caratteristica più originale del modello statunitense: un capitalismo strategico nel quale l’iniziativa privata rappresenta il motore dell’industrializzazione, mentre lo Stato rimane il regista dell’innovazione.

Le aziende nate dall’ecosistema DARPA.
Molte delle aziende tecnologiche più importanti del mondo sono il risultato diretto o indiretto di questo modello.
Siri, oggi integrata negli iPhone di Apple, nasce dal progetto CALO, un programma di intelligenza artificiale finanziato dalla DARPA e sviluppato presso SRI International. Alcuni ricercatori trasformarono successivamente quella ricerca in una startup, acquistata da Apple nel 2010.
Boston Dynamics rappresenta un altro caso emblematico. Lo sviluppo dei primi robot quadrupedi destinati alle forze armate, come BigDog, fu sostenuto dalla DARPA. Sebbene il progetto militare non sia stato adottato operativamente, quelle competenze hanno reso Boston Dynamics il leader mondiale della robotica avanzata.
L’intero settore della guida autonoma deve molto alle DARPA Grand Challenge del 2004 e del 2005. Le competizioni organizzate nel deserto del Mojave dimostrarono per la prima volta la fattibilità dei veicoli senza conducente. Molti dei ricercatori coinvolti furono successivamente reclutati da Google per dare vita a Waymo. Stesso discorso per Tesla.
Anche iRobot segue una traiettoria simile. I robot PackBot, progettati per il disinnesco degli ordigni esplosivi in Iraq e Afghanistan, permisero all’azienda di sviluppare il know-how poi utilizzato nella realizzazione del Roomba.
Qualcomm beneficiò di finanziamenti strategici per sviluppare tecnologie di comunicazione militare sicure. Gli stessi principi confluirono successivamente nelle reti cellulari commerciali, contribuendo allo sviluppo della telefonia mobile moderna.
Nel settore biomedicale, la DARPA fu tra i primi soggetti istituzionali a credere nella tecnologia dell’RNA messaggero, quando ancora appariva troppo rischiosa per gli investitori privati. I programmi di ricerca finanziati dall’agenzia contribuirono alla maturazione dell’ecosistema scientifico che avrebbe poi consentito lo sviluppo dei vaccini a mRNA.

Internet e il GPS: innovazioni militari diventate globali.
Internet rappresenta probabilmente il caso più noto.
La rete nasce come ARPANET, un progetto della DARPA destinato a collegare università e centri di ricerca strategici.
Solo successivamente il governo americano decise di favorirne la diffusione civile, comprendendo che una rete globale avrebbe rafforzato anche la resilienza delle infrastrutture militari.
Lo stesso percorso è stato seguito dal GPS.
Nato come sistema esclusivamente militare, è stato progressivamente aperto agli usi civili, generando un mercato globale da migliaia di miliardi di dollari.
In entrambi i casi, lo Stato ha finanziato la ricerca, sostenuto lo sviluppo e deciso il momento in cui la tecnologia poteva essere condivisa con il mercato.

Quando lo Stato dice no.
Non tutte le innovazioni vengono però liberalizzate.
La tecnologia stealth costituisce uno degli esempi più significativi.
Sviluppata con il sostegno della DARPA attraverso il programma Have Blue, rimase classificata per oltre un decennio all’interno dei cosiddetti Black Programs del Pentagono.
Solo una parte delle conoscenze sviluppate venne successivamente trasferita al settore civile.
Questo dimostra che il trasferimento tecnologico non è automatico: dipende sempre dalla valutazione strategica dello Stato.

Oltre la DARPA: il ruolo della CIA.
L’ecosistema dell’innovazione americana non ruota esclusivamente attorno al Pentagono.
Palantir Technologies rappresenta un esempio significativo.
Fondata nel 2003 da Peter Thiel e Alex Karp, l’azienda ricevette i primi finanziamenti strategici da In-Q-Tel, il fondo di venture capital creato dalla CIA per sostenere startup utili alla sicurezza nazionale.
Successivamente Palantir è diventata uno dei principali fornitori di software per CIA, NSA, FBI e Dipartimento della Difesa, prima di espandersi nel settore privato.
Anche in questo caso emerge la stessa logica: lo Stato individua una capacità tecnologica strategica, ne sostiene lo sviluppo iniziale e successivamente ne favorisce la crescita industriale.

L’intelligenza artificiale e il nuovo paradigma.
OpenAI non nasce dalla DARPA.
Fondata nel 2015 da Sam Altman, Elon Musk, Ilya Sutskever, Greg Brockman e altri investitori privati, è il risultato di un’iniziativa imprenditoriale.
Tuttavia, anche la rivoluzione dell’intelligenza artificiale poggia su decenni di ricerca finanziata dal governo americano.
Durante i cosiddetti “inverni dell’IA”, quando il settore privato aveva quasi abbandonato questo campo, la DARPA continuò a finanziare studi sulle reti neurali, sul riconoscimento vocale, sull’elaborazione del linguaggio naturale e sull’apprendimento automatico.
Quelle ricerche hanno creato il terreno scientifico sul quale sono stati costruiti i moderni modelli linguistici.

Il caso OpenAI: una discontinuità solo apparente.
OpenAI nasce nel 2015 come organizzazione non-profit con una missione esplicitamente dichiarata: sviluppare un’intelligenza artificiale generale a beneficio dell’umanità, al riparo dalle logiche del profitto. È una narrativa affascinante, ma la traiettoria successiva racconta una storia diversa.
Nel 2019 la struttura viene trasformata in un ibrido capped-profit, aprendo la porta a Microsoft, che investirà complessivamente oltre 13 miliardi di dollari. Da quel momento OpenAI diventa di fatto un asset strategico privato, con tutte le tensioni che ne derivano — culminate nella crisi del board del novembre 2023, quando il tentativo di rimuovere Sam Altman rivelò quanto fossero profondi i conflitti tra la missione originaria e gli interessi commerciali.
Il rapporto con lo Stato americano, poi, è più stretto di quanto la narrativa “privata” lasci intendere. OpenAI ha avviato collaborazioni ufficiali con il Dipartimento della Difesa, la NSA e altre agenzie federali. Il modello GPT-4 è stato messo a disposizione di applicazioni militari per cybersecurity e supporto decisionale. Siamo quindi di fronte a un percorso inverso rispetto al classico schema DARPA — non dallo Stato al mercato, ma dal mercato allo Stato — ma con un risultato geopolitico analogo: una tecnologia strategica che rientra nell’orbita del potere nazionale.
Questo suggerisce che il “capitalismo strategico” americano sa adattarsi: quando non è lo Stato a generare l’innovazione, trova comunque il modo di assorbirla.
In ogni caso anche l’intelligenza artificiale conferma quindi una costante della strategia americana: le innovazioni più rivoluzionarie vengono rapidamente integrate all’interno della politica di sicurezza nazionale.

(pda).

Anthropic e la nuova sovranità sull’intelligenza artificiale.
A differenza di OpenAI, Anthropic è stata fondata esplicitamente ponendo la sicurezza dell’intelligenza artificiale come principio fondante. Ciò, tuttavia, non l’ha sottratta all’influenza delle politiche di sicurezza nazionale, suggerendo come la logica del capitalismo strategico operi indipendentemente dalla missione dichiarata di un’impresa.
Il 12 giugno 2025, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha inviato ad Anthropic una lettera imponendo controlli all’esportazione sui modelli Fable 5 e Mythos 5. La comunicazione richiedeva una licenza di esportazione approvata dal Bureau of Industry and Security (BIS) per consentire l’accesso a qualsiasi cittadino straniero, sia all’interno sia all’esterno degli Stati Uniti, inclusi gli stessi dipendenti stranieri di Anthropic.
Poiché Anthropic non era in grado di filtrare in modo affidabile gli utenti in base alla nazionalità, l’effetto pratico fu quello di un interruttore di spegnimento globale (global kill switch): nel giro di poche ore, l’azienda disabilitò entrambi i modelli per tutti gli utenti.
L’aspetto realmente innovativo non risiedeva nel fatto che il software potesse essere sottoposto a controlli all’esportazione, bensì nell’applicazione di un quadro normativo originariamente concepito per trasferimenti discreti di beni identificabili a un modello di intelligenza artificiale di frontiera, accessibile in modo continuativo tramite API.
Anthropic ha ripristinato l’accesso globale a Fable 5 dopo circa tre settimane, a seguito di una serie di accordi con il governo degli Stati Uniti. L’accesso a Mythos 5, invece, rimane limitato alle organizzazioni statunitensi verificate che partecipano al Project Glasswing.
Il caso Anthropic rappresenta un possibile punto di svolta nell’evoluzione del capitalismo strategico americano. Per la prima volta, i controlli all’esportazione non hanno riguardato soltanto hardware a semiconduttori o tecnologie militari, ma l’accesso diretto ai modelli di intelligenza artificiale di frontiera. Il divieto temporaneo si è esteso perfino ai cittadini stranieri impiegati dalla stessa azienda, dimostrando che il controllo sovrano riguarda ormai non solo la produzione dell’intelligenza artificiale, ma anche l’accesso alle sue capacità cognitive. L’intelligenza artificiale di frontiera viene sempre più considerata un asset strategico nazionale, piuttosto che un semplice servizio digitale commerciale. Le implicazioni normative e geopolitiche di questo precedente restano tuttavia ancora aperte e soggette a ulteriori sviluppi.

La vera lezione della DARPA.
La storia della DARPA dimostra che la superiorità tecnologica americana non è il prodotto esclusivo del libero mercato.
È il risultato di un ecosistema nel quale Stato, università, intelligence, forze armate, capitale di rischio e industria privata operano in modo coordinato.
Lo Stato finanzia la ricerca più rischiosa, protegge le tecnologie strategiche, orienta le priorità nazionali e conserva il potere di decidere quali innovazioni possano essere diffuse e quali debbano rimanere riservate.
Il settore privato industrializza, innova e crea ricchezza, ma lo fa all’interno di una strategia nazionale che non rinuncia mai alla tutela dell’interesse pubblico.
È questa, probabilmente, la vera forza degli Stati Uniti: aver costruito un modello di capitalismo strategico nel quale il mercato è uno straordinario moltiplicatore dell’innovazione, ma non il suo regista.
Nel XXI secolo la competizione tra grandi potenze non si misura soltanto con il numero di portaerei o di testate nucleari. Si misura soprattutto nella capacità di controllare il ciclo completo dell’innovazione, dalla ricerca fondamentale alla produzione industriale, dalla proprietà intellettuale all’intelligenza artificiale. Ed è in questo ciclo che gli Stati Uniti hanno costruito uno dei principali pilastri della propria potenza geopolitica.

L’ombra del sistema: opacità, controllo e deficit democratico.
Il modello che abbiamo descritto ha una faccia meno presentabile, che raramente emerge nel dibattito pubblico.
I Black Programs del Pentagono — programmi classificati con budget sottratti al controllo parlamentare ordinario — rappresentano una quota significativa della spesa per ricerca e sviluppo militare americana. Nessun cittadino, e spesso nessun legislatore, sa esattamente cosa viene sviluppato, con quali fondi e con quali finalità. La tecnologia stealth citata nel testo è solo l’esempio più noto: dietro di essa esistono decine di programmi che potrebbero non essere mai declassificati.
L’ITAR — non è un semplice strumento di controllo sulle esportazioni — è in realtà qualcosa di più ambivalente. È certamente un meccanismo di protezione della sovranità tecnologica, ma è anche uno strumento di pressione geopolitica, capace di condizionare le scelte industriali di paesi alleati, limitare la collaborazione scientifica internazionale e creare dipendenze asimmetriche difficili da sciogliere.
C’è poi la questione del revolving door: il confine tra Stato e industria tecnologica americana è strutturalmente poroso. Dirigenti del Pentagono transitano verso aziende come Palantir, Booz Allen Hamilton o Anduril. Manager di grandi tech company siedono in commissioni consultive governative. Questo produce certamente efficienza e coordinamento, ma anche conflitti di interesse difficilmente governabili con gli strumenti della democrazia rappresentativa tradizionale.
Infine, vale la pena chiedersi: chi decide le priorità? La DARPA non è un organismo eletto. Le sue scelte su cosa finanziare e cosa ignorare plasmano interi settori scientifici per decenni. Questo potere di agenda-setting — decidere quali problemi meritano soluzione e quali no — è forse la forma più profonda e meno visibile di influenza che lo Stato esercita sull’innovazione.
Riconoscere questi limiti non significa negare l’efficacia del modello. Significa semplicemente ricordare che ogni sistema di potere, per quanto sofisticato, produce anche zone d’ombra che andrebbero illuminate — non celebrate.

Le radici teoriche del modello americano.
Per comprendere il modello statunitense è utile collocarlo all’interno di alcune importanti categorie elaborate dalla scienza politica e dall’economia.
Uno dei primi studiosi a mettere in discussione il mito dell’autoregolazione del mercato fu il politologo Chalmers Johnson. Analizzando lo sviluppo economico del Giappone del secondo dopoguerra nel celebre MITI and the Japanese Miracle (1982), Johnson elaborò il concetto di Stato sviluppatore (Developmental State). La crescita economica non derivava da un semplice libero mercato, ma dall’azione di uno Stato tecnicamente competente, capace di orientare gli investimenti, selezionare i settori prioritari e coordinare industria, finanza e ricerca scientifica.
Su questa linea si inserisce anche il sociologo Peter Evans che, nel volume Embedded Autonomy (1995), dimostra come gli Stati che ottengono i migliori risultati nello sviluppo tecnologico siano quelli capaci di mantenere un rapporto di stretta collaborazione con il settore privato senza diventarne prigionieri. Lo Stato deve essere sufficientemente autonomo per perseguire l’interesse nazionale, ma al tempo stesso profondamente inserito nel tessuto produttivo per comprenderne esigenze e potenzialità.
Questa prospettiva viene ulteriormente sviluppata dall’economista Mariana Mazzucato con la teoria dello Stato imprenditore (Entrepreneurial State). Nel suo lavoro mostra come le innovazioni più radicali — Internet, GPS, touchscreen, microprocessori, biotecnologie e intelligenza artificiale — siano nate grazie a investimenti pubblici effettuati quando il settore privato considerava quei progetti troppo rischiosi o economicamente insostenibili. Lo Stato non interviene soltanto per correggere i fallimenti del mercato: spesso crea mercati completamente nuovi.
L’esperienza americana rappresentata dalla DARPA costituisce probabilmente la più efficace conferma empirica di queste teorie. L’agenzia finanzia ricerca di frontiera, assume rischi che il capitale privato non è disposto a sostenere e costruisce l’ecosistema scientifico entro il quale nasceranno le future industrie strategiche.
Il modello statunitense, tuttavia, va oltre sia lo Stato sviluppatore sia lo Stato imprenditore. Esso può essere definito una forma di capitalismo strategico, nella quale il mercato rimane il principale motore dell’industrializzazione e della crescita economica, ma opera all’interno di una strategia nazionale definita dalle istituzioni pubbliche.
Lo Stato seleziona le priorità tecnologiche, finanzia la ricerca, protegge la proprietà intellettuale strategica, controlla le esportazioni attraverso strumenti come l’ITAR, può classificare le innovazioni di interesse militare e decide se e quando una tecnologia debba essere trasferita al mercato civile. L’iniziativa privata produce ricchezza, ma la sovranità tecnologica resta una prerogativa pubblica.
In questa prospettiva assume particolare rilevanza anche il concetto di National Security State. Negli Stati Uniti la sicurezza nazionale non costituisce soltanto una funzione militare, ma il principio organizzatore dell’intero ecosistema dell’innovazione. Dipartimento della Difesa, comunità d’intelligence, università, laboratori federali, venture capital e grandi imprese tecnologiche operano come elementi di una medesima architettura strategica.
Questa impostazione richiama inevitabilmente anche il celebre discorso di congedo del Presidente Dwight D. Eisenhower del 1961, nel quale venne coniata l’espressione complesso militare-industriale. Eisenhower metteva in guardia dai rischi derivanti dall’eccessiva influenza dell’industria della difesa sulle istituzioni democratiche. Oggi quel complesso si è profondamente trasformato: accanto ai tradizionali produttori di armamenti operano grandi imprese digitali, aziende dell’intelligenza artificiale, produttori di semiconduttori, società di analisi dei dati e fondi di investimento tecnologico. Più che un semplice complesso militare-industriale, gli Stati Uniti dispongono ormai di un vero complesso tecnologico-strategico, nel quale innovazione, sicurezza nazionale e competizione geopolitica costituiscono dimensioni inseparabili.
È proprio questa evoluzione che distingue il modello americano contemporaneo: non un mercato lasciato libero di innovare, ma un sistema nel quale lo Stato orienta, finanzia, protegge e, quando necessario, assorbe l’innovazione all’interno della propria strategia di potenza.

Il confronto con Cina e Russia: tre modelli di capitalismo strategico.
L’esperienza americana non è l’unico esempio di intervento statale nell’innovazione tecnologica. Anche Cina e Russia considerano la tecnologia una componente essenziale della sicurezza nazionale. Ciò che cambia è il rapporto tra Stato, mercato e libertà economica.
La Cina rappresenta probabilmente la forma più compiuta di capitalismo strategico guidato dallo Stato. Attraverso i piani quinquennali, il programma Made in China 2025 e il massiccio sostegno pubblico ai semiconduttori, all’intelligenza artificiale, alle telecomunicazioni e alle energie rinnovabili, Pechino orienta direttamente gli investimenti verso i settori ritenuti decisivi per la competizione globale. Aziende come Huawei, SMIC, Tencent o Alibaba operano sul mercato, ma all’interno di un sistema nel quale il Partito Comunista conserva un potere di indirizzo e di controllo molto più penetrante rispetto a quello esercitato dallo Stato americano.
La Russia segue una traiettoria differente. Mosca dispone di eccellenze scientifiche e tecnologiche in ambiti come il nucleare, l’aerospazio, la missilistica, la guerra elettronica e la cybersicurezza, ma il suo modello è fortemente orientato alla sicurezza e alla difesa. Le sanzioni internazionali, la limitata disponibilità di capitali privati e una struttura economica meno diversificata hanno ridotto la capacità di trasformare le innovazioni militari in piattaforme industriali globali. Ne deriva un sistema efficace nello sviluppo di tecnologie strategiche, ma meno competitivo nella produzione di ecosistemi digitali di portata mondiale.
Gli Stati Uniti occupano una posizione intermedia tra questi due modelli. A differenza della Cina, lasciano al mercato un ruolo centrale nella competizione, nell’attrazione dei capitali e nella crescita delle imprese. A differenza della Russia, dispongono di un ecosistema imprenditoriale, finanziario e universitario capace di trasformare rapidamente le innovazioni in prodotti e servizi globali. Tuttavia, come dimostra l’esperienza della DARPA, dell’In-Q-Tel e dei programmi del Dipartimento della Difesa, anche negli Stati Uniti lo Stato mantiene il controllo delle tecnologie considerate decisive per la sicurezza nazionale.
Le differenze tra Washington, Pechino e Mosca non riguardano dunque l’esistenza di una politica tecnologica nazionale. Ciò che distingue gli Stati Uniti non è l’intervento dello Stato in sé, ma la straordinaria efficacia con cui gli USA riescono a integrare ricerca pubblica, capitale privato, università, intelligence, forze armate e industria in un unico ecosistema dell’innovazione. Se l’ intervento dello Stato è la condizione per lo sviluppo, è l’ integrazione sopra descritta a costituire il loro principale vantaggio competitivo.
In ogni caso tutte e tre le grandi potenze considerano ormai la superiorità tecnologica un elemento della propria sovranità e della propria capacità geopolitica.
In questo quadro, il caso europeo appare ancora più singolare. Mentre Stati Uniti, Cina e Russia competono attraverso differenti forme di capitalismo strategico, l’Unione europea continua a privilegiare un modello fondato soprattutto sulla regolazione del mercato e sulla tutela della concorrenza. Il rischio è che, in un mondo sempre più definito dalla competizione tecnologica tra grandi potenze, l’Europa diventi non un protagonista, ma il terreno sul quale si confrontano le strategie altrui.

Il paradosso europeo: liberista quando non dovrebbe esserlo.
C’è un’ironia storica difficile da ignorare. Gli Stati Uniti, paese simbolo del libero mercato, hanno costruito la propria supremazia tecnologica attraverso un interventismo statale massiccio, opaco e strategicamente orientato. L’Europa, che pure ha una tradizione molto più consolidata di capitalismo renano e Stato sociale, ha scelto negli ultimi trent’anni di comportarsi in materia di innovazione in modo più liberista degli americani stessi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
L’Europa non ha un suo Google, una sua Amazon, una sua OpenAI. Non perché manchino le intelligenze — i ricercatori europei sono tra i più citati al mondo — ma perché manca sistematicamente il passaggio dalla ricerca all’industrializzazione strategica. I talenti vengono formati con fondi pubblici europei e poi emigrano verso la Silicon Valley o vengono acquisiti da aziende americane o cinesi. È un sussidio involontario e permanente alla competitività altrui.
Il programma Horizon Europe finanzia ricerca eccellente, ma senza una visione strategica comparabile alla DARPA. Manca l’elemento decisivo: la volontà di trasformare la ricerca in potenza. I bandi europei premiano la collaborazione transnazionale e la diffusione aperta dei risultati — valori in sé nobili, ma che nel contesto della competizione geopolitica attuale equivalgono a regalare know-how ai propri concorrenti.
La BEI — Banca Europea degli Investimenti — potrebbe svolgere un ruolo analogo a In-Q-Tel o ai fondi strategici americani, ma opera con logiche troppo vicine a quelle di una banca tradizionale: cerca la sostenibilità finanziaria più che l’impatto strategico.
C’è poi un problema culturale e politico profondo. Ogni volta che si propone in Europa un intervento industriale coordinato, si leva il coro delle obiezioni: aiuti di Stato, distorsione della concorrenza, moral hazard. Categorie giuridiche ed economiche legittime, ma applicate con un rigore che gli americani non si sono mai sognati di adottare verso la propria industria della difesa e della tecnologia.
Il caso ASML è illuminante. L’azienda olandese produce le uniche macchine al mondo capaci di realizzare i chip più avanzati — una posizione di monopolio tecnologico assoluto. È un successo europeo straordinario, nato però quasi per caso, senza una strategia continentale consapevole. E oggi l’Europa fatica persino a difenderne l’autonomia, stretta tra le pressioni americane per limitare le esportazioni verso la Cina e la propria incapacità di costruire una politica industriale sovrana.
Il rapporto Draghi del 2024 ha fotografato con precisione questo divario, stimando che l’Europa dovrebbe investire ogni anno circa 800 miliardi di euro aggiuntivi per non perdere ulteriore terreno. Ma fotografare un problema non equivale a risolverlo. La risposta politica è stata finora frammentata, timida e rallentata dai veti incrociati tra Stati membri che continuano a ragionare in chiave nazionale in un mondo che compete per blocchi. Ma il rapporto Draghi individua solo una parte del problema europeo, che non è solo finanziario. È costituzionale e pertanto molto più profondo. I Trattati europei limitano strutturalmente la possibilità di fare politica industriale coordinata a livello continentale. Modificarli richiederebbe l’unanimità degli Stati membri — una prospettiva politicamente quasi irrealizzabile nel breve periodo.
La vera domanda che l’Europa dovrebbe porsi non è se intervenire, ma come farlo senza replicare l’opacità e i deficit democratici del modello americano. Esiste forse lo spazio per costruire un capitalismo astrategico europeo più trasparente, più plurale e più governabile democraticamente. Ma costruirlo richiederebbe una volontà politica che, al momento, non si vede.

Il modello europeo: limiti e strumenti.

Il problema di sistema: il “Paradosso della competenza”.
Il punto di partenza non è culturale, è costituzionale. L’UE non dispone di un’autorità diretta per erogare sussidi industriali: la Commissione deve affidarsi a meccanismi giuridici indiretti tratti dalla politica della concorrenza, dalle norme sugli aiuti di Stato e dalle regolamentazioni del mercato interno. Questo approccio a rattoppi genera problemi di coordinamento, incoerenze giuridiche e ritardi che minano l’efficienza complessiva della politica industriale europea. (Taylor & Francis Online)
La ricerca accademica più recente etichetta questo blocco come “Competence Paradox”: le pressioni competitive esterne creano simultaneamente una domanda funzionale di coordinamento centralizzato e attivano meccanismi di protezione della sovranità nazionale che frammentano la risposta. Questa frammentazione impedisce all’UE di raggiungere gli effetti di scala necessari per competere, mentre USA e Cina beneficiano della capacità di mobilitare risorse federali o centrali massicce per obiettivi strategici. (Taylor & Francis Online)
In altri termini: il modello americano funziona perché lo Stato federale agisce come attore unitario. L’UE è, strutturalmente, ventisei veti potenziali.

I vincoli giuridici dei trattati: articoli 107-109 TFUE.
Il nodo legale è l’articolo 107 TFUE, che vieta in linea di principio qualsiasi aiuto statale che falsi la concorrenza nel mercato interno. Le eccezioni esistono ma sono precise:
– Art. 107(3)(b) — autorizza aiuti “per promuovere la realizzazione di un importante progetto di comune interesse europeo” (la base giuridica degli IPCEI, v. infra). I progetti finanziati nell’ambito degli IPCEI devono rispettare le norme sugli aiuti di Stato, specificamente la Comunicazione IPCEI del 2021, con valutazione a cura dell’unità Aiuti di Stato della DG Concorrenza. (Government of Ireland)
– Art. 107(3)© — consente aiuti “per agevolare lo sviluppo di talune attività economiche”, con valutazione caso per caso. Per i progetti difensivi, l’UE tratta gli aiuti di Stato con flessibilità quando servono “interessi essenziali di sicurezza”, consentendo alcuni aiuti ai sensi dell’articolo 346 TFUE o una valutazione prioritaria e accelerata ai sensi dell’articolo 107(3)© per le misure non coperte dall’articolo 346. (European Commission)
– Art. 346 TFUE — è la vera “porta di emergenza” in materia di sicurezza: il diritto primario dell’UE protegge l’autonomia nazionale degli Stati membri in materia di sicurezza essenziale “connessa con la produzione o il commercio di armi, munizioni e materiale bellico”. (Consilium) Questo articolo permette agli Stati di finanziare la propria industria della difesa senza passare dal filtro della Commissione, ma rimane uno strumento nazionale, non europeo.
Il problema è quindi doppio: il divieto di aiuti di Stato blocca l’intervento pubblico coordinato in tempo di pace, e l’art. 346 consente deroghe solo su base nazionale, rafforzando la frammentazione invece di ridurla.

Gli strumenti esistenti per aggirare i vincoli.
Qui il quadro si è evoluto significativamente tra 2025 e 2026. L’UE dispone oggi di almeno cinque leve, con gradi di efficacia molto diversi.

A) Gli IPCEI — Il principale meccanismo di aggiramento.
Gli Important Projects of Common European Interest sono lo strumento più diretto per finanziare ricerca strategica senza violare le norme sugli aiuti di Stato. Tra il 2018 e il 2025, undici IPCEI principali — che coprono microelettronica, batterie, idrogeno, infrastrutture cloud e tecnologie sanitarie — hanno mobilitato oltre 104 miliardi di euro in investimenti pubblici e privati. Gli IPCEI costituiscono un meccanismo istituzionalizzato attraverso cui gli Stati membri possono perseguire collettivamente priorità industriali strategiche al di là dei vincoli delle tradizionali norme sugli aiuti di Stato. (European Central Bank)
La novità più rilevante del 2026 è che gli IPCEI sono stati estesi all’intelligenza artificiale. Il 10 marzo 2026, è stata ufficialmente avviata a Berlino la fase di “matchmaking” nell’ambito dell’IPCEI sull’Intelligenza Artificiale (IPCEI-AI). Coinvolge aziende i cui progetti AI sono stati pre-selezionati attraverso bandi nazionali in ciascuno Stato membro partecipante, con l’obiettivo di formare consorzi europei ammissibili al cofinanziamento pubblico statale. (Bundesministerium für Wirtschaft und Energie)
Accanto all’IPCEI-AI, è stato lanciato un secondo strumento digitale: l’IPCEI-CIC (Compute Infrastructure Continuum), avviato a fine 2025 da 15 Stati membri, mira a sviluppare un’infrastruttura informatica sovrana in Europa, compreso il deployment di soluzioni AI. (Bundesministerium für Wirtschaft und Energie)
Il limite strutturale degli IPCEI è però evidente: il sostegno assoluto agli IPCEI è fortemente concentrato nelle economie core, mentre diversi paesi periferici e semi-periferici rimangono sistematicamente esclusi, riproducendo all’interno dello strumento le stesse asimmetrie che dovrebbe correggere. (European Central Bank)

B) Il CISAF — La nuova flessibilità sugli aiuti di Stato (2025-2030).
Il 25 giugno 2025, la Commissione europea ha adottato il Clean Industrial Deal State Aid Framework (CISAF), che semplifica le regole UE sugli aiuti di Stato per rendere più facile per gli Stati membri sostenere lo sviluppo di energia pulita, la decarbonizzazione industriale e la tecnologia pulita. Il CISAF sarà in vigore fino al 31 dicembre 2030 e sostituisce il Temporary Crisis and Transition Framework. (Oxford Academic)
Benché orientato alla transizione verde, il CISAF introduce un precedente importante: i recenti sviluppi, esemplificati dal CISAF, dimostrano l’importanza strategica della politica industriale, che è (ri)emersa come uno dei domini politici più salienti dell’UE, con un corrispondente allentamento del regime di compatibilità degli aiuti di Stato. (Taylor & Francis Online)

C) L’EDIP e gli EDPCIs — La via della difesa come DARPA europea.
Il percorso più promettente per replicare la logica DARPA è paradossalmente quello della difesa. Il Fondo Europeo per la Difesa (EDF) dispone di un budget di circa 7,3 miliardi per il 2021-2027 — circa 2,7 miliardi per la ricerca collaborativa sulla difesa e 5,3 miliardi per lo sviluppo di capacità — e il suo programma di lavoro 2026 impegna oltre un miliardo in nuovi bandi. (CMS)
A dicembre 2025 è stato adottato l’EDIP (European Defence Industry Programme): questo strumento mira a rendere la spesa per la difesa “più grande, più comune e più europea”, rafforzando le preferenze europee, aggregando gli acquisti e la resilienza industriale. Con un budget di 1,5 miliardi fino al 2027, il programma affronta tre sfide strutturali: la frammentazione del mercato, la dipendenza da fornitori esterni e la necessità di una rapida accelerazione industriale. (Stiftung Wissenschaft und Politik)
La svolta più recente — datata 3 luglio 2026 — è la proposta di cinque European Defence Projects of Common Interest (EDPCIs): questi grandi progetti forniscono un quadro affinché i paesi dell’UE lavorino insieme su iniziative di difesa troppo grandi o complesse per essere sviluppate dai singoli paesi, con un’ambizione di finanziamento combinata di circa 190 miliardi di euro entro il 2036. (Libguides)
Il meccanismo di finanziamento passa anche attraverso il Patto di Stabilità: a febbraio 2026, il Consiglio ha attivato la clausola di escape nazionale per 18 Stati membri, offrendo loro flessibilità di bilancio aggiuntiva per le spese per la difesa, con un eccesso annuale fino al 2028 che non supera l’1,5% del PIL. (European Parliament)

Il “Spin-in” come vettore dual-use.
Una delle logiche più intelligenti dell’architettura emergente è quella del spin-in — l’inverso del classico spin-off militare. L’EDF promuove attivamente l’”adattamento” di tecnologie civili per usi difensivi, rendendolo particolarmente rilevante per gli innovatori dual-use. Il programma di lavoro 2026 include bandi dedicati a PMI e organizzazioni di ricerca, nonché misure di accelerazione aziendale nell’ambito dell’EU Defence Innovation Scheme (EUDIS). (CMS)
Questa logica avvicina il modello europeo a quello DARPA: il finanziamento pubblico per la ricerca ad alto rischio entra dal lato della sicurezza (dove le norme sugli aiuti di Stato sono meno stringenti) e genera externalità nel settore civile.

Il limite strutturale che rimane.
Nonostante questi strumenti, nell’UE il processo di “securitizzazione” della politica industriale ha finora superato il cambiamento giuridico formale: i vincoli fondamentali dei Trattati e sugli aiuti di Stato rimangono, producendo un mix di strumenti che pesa molto su autorità ad hoc ed emergenziali, limitando la capacità dell’UE di equipararsi a USA e Cina. (Global Policy Watch)
In altri termini, l’UE sta usando strumenti emergenziali e derogatori in modo sempre più sistematico — il che è una soluzione di fatto, non una riforma di diritto. La vera riforma richiederebbe la modifica dei Trattati, che esige l’unanimità degli Stati membri, rendendo il percorso politicamente quasi impraticabile nel breve periodo.
Il quadro che emerge è quindi quello di un’Europa che non ha ancora scelto tra due opzioni: riformare i propri Trattati per costruire una politica industriale strategica organica, oppure continuare a costruire un’architettura parallela di deroghe ed eccezioni — più rapida politicamente, ma strutturalmente fragile e asimmetrica.

Il sistema bancario e dei capitali privati: il vero collo di bottiglia europeo.
Il problema analizzato nel documento — l’incapacità dell’Europa di trasformare la ricerca in potere industriale — ha una radice che né Falconio né il Rapporto Draghi esauriscono: la struttura del sistema finanziario europeo è organicamente inadatta a finanziare l’innovazione ad alto rischio. Non è un problema di risorse, ma di architettura.

1. Il sistema bancario come freno strutturale.
L’Europa è un continente bank-based: le banche intermediano la quota dominante del finanziamento alle imprese, a differenza degli USA dove i mercati dei capitali hanno un ruolo centrale. Questo non è neutro rispetto all’innovazione: il sistema bancario europeo è meno rischioso, ma il prezzo di questa solidità è la sua sostanziale incompatibilità con il finanziamento di tecnologie emergenti.
Il meccanismo è preciso. Il sistema bancario europeo non è adatto a fornire agli innovatori capitale sufficiente per avviarsi e poi scalare: il valore delle startup che sviluppano nuove tecnologie e modelli di business è spesso in capitale intangibile, che le banche tipicamente non finanziano per mancanza di collaterale sufficiente. Una banca può finanziare un capannone o un macchinario; non può ipotecare un modello linguistico o un algoritmo.
A questo si aggiunge il peso della regolamentazione prudenziale. L’applicazione di Basilea III nell’UE a partire dal 1° gennaio 2025 — con requisiti patrimoniali più stringenti su attività rischiose — ha ulteriormente ridotto l’incentivo delle banche a esporsi verso imprese innovative senza collaterale solido. Le banche europee sono meno rischiose. Questo è il trade-off della regolamentazione rigorosa in Europa e della prudenza del regolatore. La sospensione del FRTB (Fundamental Review of the Trading Book) fino al 2027, annunciata dalla Commissione a giugno 2025, ha evitato ulteriori shock competitivi con gli USA, dove la Fed ha invece alleggerito i requisiti per le banche sotto i 250 miliardi di asset. Ma si tratta di aggiustamenti ai margini, non di una riforma del modello.
Il paradosso è che l’Europa ha iper-regolato il settore bancario dopo la crisi del 2008 per ragioni legittime, ma lo ha fatto in un momento in cui la competizione tecnologica globale richiedeva l’esatto contrario: più canali di finanziamento del rischio, non meno.

2. Il gap del Venture Capital: dati e anatomia.
Il confronto con gli Stati Uniti sul venture capital è impietoso e si aggrava ogni anno.
Il 2025 ha visto una modesta ripresa degli investimenti di venture capital in Europa dopo tre anni di calo, con un totale di 66,2 miliardi di euro distribuiti. Eppure, questo rappresentava solo il 22% dell’ammontare investito negli USA, nonostante le due economie abbiano dimensioni comparabili.
Il divario nell’AI è ancora più marcato: gli investimenti annuali di venture capital in AI negli USA ammontano a 60-70 miliardi di dollari contro circa 7-8 miliardi nell’UE — un divario da 4x a 10x. Nel corso dell’ultimo decennio, gli investimenti privati americani in AI hanno superato i 400 miliardi, mentre tutti i paesi dell’UE messi insieme ne hanno attratti circa 50 miliardi.
Ma la cifra più rivelatrice è quella sulla scala: gli investimenti di venture capital dell’UE sono appena sotto il 50% dei livelli statunitensi nelle startup, circa il 27% nelle aziende in crescita, e sotto il 10% nella fase di scale-up. Il capitale non manca in assoluto nelle fasi iniziali: manca quando le aziende devono passare dalla sperimentazione alla scala industriale. È esattamente la fase in cui DARPA — o il sistema di procurement militare americano — interviene nell’ecosistema USA.
La conseguenza è strutturale: dal 2008 al 2021, quasi il 30% degli unicorni europei ha trasferito la propria sede, prevalentemente negli Stati Uniti. Le startup europee attraggono il 54% in meno di finanziamenti privati rispetto a quelle statunitensi dopo nove anni dalla fondazione.

3. La trappola dei fondi pensione.
Il meccanismo nascosto del divario sta nella struttura degli investitori istituzionali. Negli USA, i fondi pensione sono i principali fornitori di capitale paziente al venture capital: i fondi pensione europei allocano solo lo 0,12% del loro capitale a venture capital e growth equity, mentre negli USA i fondi pensione occupano cinque delle prime dieci posizioni tra i principali investitori istituzionali in VC, allocando circa il 3% alla classe di attivo. I fondi pensione americani impegnano oltre 11 volte di più nel venture capital rispetto a quelli europei, pur gestendo solo 2,7 volte più capitale.
L’Europa ha circa 10.000 miliardi di euro in fondi pensione: una riserva enorme di risparmio che viene sistematicamente parcheggiata in titoli di Stato e obbligazioni per ragioni normative e culturali, invece di alimentare l’ecosistema dell’innovazione. Il problema non è solo culturale: le normative prudenziali per le assicurazioni (Solvency II) e per i fondi pensione trattano le partecipazioni azionarie in imprese non quotate come attività ad alto rischio, richiedendo accantonamenti di capitale che rendono questi investimenti economicamente poco convenienti per le istituzioni.

4. Il mercato dei capitali come ecosistema frammentato.
La terza gamba del problema è l’assenza di un mercato di capitali europeo integrato. Il mercato delle uscite genera un divario: gli USA hanno prodotto circa quattro volte il valore di M&A e IPO venture-backed dell’Europa nel 2025. Poiché gli investitori prezzano i round di ingresso sulle uscite attese, un mercato di uscita più sottile abbassa meccanicamente il valore di tutti i round precedenti.
Il risultato è che anche le migliori startup europee scelgono razionalmente di quotarsi a New York: Klarna, l’IPO tecnologica di maggior rilievo del 2025 in Europa, ha scelto il NASDAQ. Non per nostalgia americana, ma perché la liquidità, la valutazione e la visibilità degli analisti non sono comparabili. Un’azienda europea non riesce mai ad uscire dall’ombra di un mercato di uscita domestico più debole, anche quando alla fine si quota o viene venduta negli USA.
La frammentazione dei mercati azionari nazionali europei — Euronext, Deutsche Börse, Borsa Italiana, BME e una quindicina di altri — genera un costo strutturale: nessuno di questi mercati ha massa critica sufficiente per competere con il NASDAQ nella tecnologia, e l’assenza di un mercato unificato impedisce la formazione di un ecosistema di analisti specializzati, di investitori istituzionali tecnologici e di un “deal flow” comparabile.

5. La risposta istituzionale: la Savings and Investments Union.
La Commissione europea ha finalmente riconosciuto il problema in modo esplicito. Il 19 marzo 2025, ha pubblicato la strategia per la Savings and Investments Union (SIU), costruita sulle raccomandazioni dei rapporti Draghi, Letta e Noyer. La SIU è stata lanciata nel contesto dei rapporti Draghi e Letta, che hanno fissato raccomandazioni per rafforzare il mercato unico e la competitività dell’UE. La SIU pone una forte enfasi sulla mobilitazione del finanziamento privato per priorità chiave dell’UE come innovazione, digitalizzazione, difesa e transizione verde.
I pilastri concreti della SIU includono la revisione della regolamentazione dei fondi di venture capital europei (EuVECA) per renderli più attrattivi; la riforma delle norme pensionistiche per consentire ai fondi pensione di investire in equity non quotata; la semplificazione delle regole sulla cartolarizzazione per liberare spazio nei bilanci bancari; la creazione di infrastrutture di mercato più integrate. Il lancio del programma ETCI 2.0 da parte del Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI) nel 2026 punta a creare fondi di fondi accessibili agli investitori istituzionali.
Il problema, come osservato dall’FMI, è che c’è troppo ottimismo sull’SIU come soluzione definitiva. È difficile credere che un mercato finanziario integrato da solo possa aumentare gli investimenti anche solo vicino al 5% del PIL all’anno — il disavanzo identificato da Draghi. La disponibilità di capitale è solo un lato dell’equazione: le imprese investiranno di più se si aspettano rendimenti più alti, il che richiede riforme che espandano il loro mercato.

6. Il nodo irrisolto: struttura vs. cultura.
Rimane una tensione che nessun documento ufficiale affronta con sufficiente onestà. Parte del divario è riconducibile agli atteggiamenti verso il rischio: se si fallisce in Europa, tutti ti segnano come perdente e nessuno vuole più lavorare con te — il contrario degli USA. La stessa logica si applica all’interno delle istituzioni: il margine per il successo di un decisore che sostiene un fondo vincente è limitato, mentre le conseguenze di una scelta sbagliata possono essere severe.
In altri termini, la regolamentazione prudenziale europea non ha solo effetti diretti sul costo del capitale: ha formato una cultura istituzionale avversa al rischio che permea banche, fondi pensione, assicurazioni e persino i board delle grandi aziende. Questa cultura è il vero complemento invisibile del “Paradosso della Competenza” descritto nella risposta precedente: non basta riformare le norme, bisogna cambiare l’architettura degli incentivi per chi prende decisioni di investimento.
Il confronto con il sistema americano è così netto da risultare quasi brutale: il tasso di rendimento annuale dei fondi europei di venture capital negli ultimi decenni è stato dell’8,6%, contro il 14,6% per i fondi USA e il 10,4% per quelli dei mercati emergenti. Non è un caso irriducibile di inferiorità europea: è in parte il riflesso di un ecosistema che non offre ancora il tipo di uscite — IPO di grandi dimensioni, mercati profondi, acquirenti strategici — che generano i rendimenti straordinari che attraggono nuovo capitale. È un circolo vizioso che la SIU tenta di spezzare, ma che richiede decenni per riconfigurarsi.

Tre deficit sovrapposti.
Il quadro che emerge integra tre deficit strutturali che si alimentano a vicenda.
Il primo è un deficit di finanziamento del rischio: le banche non finanziano intangibili, i fondi pensione non investono in non-quotato, il mercato azionario è frammentato. Il capitale esiste — l’Europa è un continente ad alto risparmio — ma non riesce a raggiungere le imprese innovative nel momento in cui ne hanno più bisogno, cioè alla scala-up.
Il secondo è un deficit di mercato di uscita: senza IPO profonde e liquide in Europa, i ritorni del venture capital restano sistematicamente inferiori a quelli americani, riducendo la domanda di capitale di rischio a monte.
Il terzo è un deficit di integrazione: ventisei mercati nazionali frammentati non raggiungono mai la massa critica di un mercato continentale. Le migliori imprese europee emigrano razionalmente verso il mercato che offre loro le migliori condizioni di accesso al capitale e alle uscite.
La SIU è la risposta giusta al problema giusto. Ma è una risposta che — se tutto va bene — mostrerà effetti nell’arco di un decennio. Nel frattempo, la distanza tra l’ecosistema americano e quello europeo continua ad allargarsi, soprattutto nell’AI, dove i cinque maggiori deal del primo trimestre 2026 — OpenAI, Anthropic, xAI, Waymo e Databricks — rappresentano da soli circa i tre quarti del totale degli investimenti di venture capital globali, un livello di concentrazione senza precedenti nella storia moderna del venture. L’Europa non compare in quella lista.
Disclaimer

All sources used are open-source.

Fonti:
– DARPA. About DARPA.
– U.S. Department of Defense. Official Publications and Defense Innovation Reports.
– In-Q-Tel. Official Publications.
– National Science Foundation. Science and Engineering Indicators.
– Congressional Research Service. Defense Primer: DARPA.
– U.S. Government Accountability Office. Reports on Defense Innovation and National Security.
– National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine. Reports on Innovation, Technology, and National Security.
– Mariana Mazzucato. The Entrepreneurial State: Debunking Public vs. Private Sector Myths.
– Chalmers Johnson. MITI and the Japanese Miracle: The Growth of Industrial Policy, 1925–1975.
– Peter Evans. Embedded Autonomy: States and Industrial Transformation.
– European Commission. Horizon Europe.
– European Investment Bank. Innovation and Strategic Investment Reports.
– European Commission. The Future of European Competitiveness (Draghi Report, 2024).
– OpenAI. Research Publications and Technical Reports.
– Stanford University. AI Index Report.
– Organisation for Economic Co-operation and Development. OECD Digital Economy Papers.
– World Intellectual Property Organization. Global Innovation Index.
– Lawfare Media, A Kill Switch for Frontier AI, giugno 2025
– CSIS, The Department of Commerce Restricted Access to Anthropic’s Latest Models, giugno 2025
– Consolidated Version of the Treaty on the Functioning of the European Union (Articles 107–109 and 346 TFEU).
– European Commission. Communication on Important Projects of Common European Interest (IPCEI) (2021/C 528/02).
– European Commission. The Future of European Competitiveness (Draghi Report), 2024.
– European Commission. Savings and Investments Union Strategy, 2025.
– European Commission. Clean Industrial Deal State Aid Framework (CISAF), 2025.
– European Commission. European Defence Fund (EDF) – Work Programme 2026.
– European Commission. European Defence Industry Programme (EDIP).
– European Commission. European Defence Projects of Common Interest (EDPCIs).
– European Banking Authority. Basel III Implementation in the European Union.
– European Commission. Solvency II Review.
– International Monetary Fund. Reports on European Capital Markets and Savings and Investments Union.
– European Investment Fund. European Tech Champions Initiative (ETCI 2.0).
– Dealroom. State of European Tech.
– Stanford University. AI Index Report (per i dati comparativi sugli investimenti in AI).

* Paolo Falconio è professore nei programmi di Master di Relazioni Internazionali presso la CEU Universidad Fernando III de Sevilla, Membro ad honorem del Rettorato e conferenziere della Sociedad de Estudios Internacionales di Madrid (SEI).
Ex membro della Faculty della Luiss Business School di Roma
.

© 2026 Paolo Falconio — Tutti i Diritti Riservati