di Giuliano Bifolchi *

Il fenomeno jihadista ha un carattere internazionale in grado di coinvolgere sempre più persone al mondo; neanche i paesi Baltici sono esenti dal reclutamento e dall’appeal esercitato dalla campagna mediatica di Daesh, meglio conosciuto in Occidente come Stato Islamico. In questi giorni, infatti, Normunds Mezviets, direttore della Polizia di Sicurezza della Lettonia, ha confermato la presenza di diversi cittadini lettoni in Siria i quali combatterebbero in favore delle truppe guidate da Abu Bakr al-Baghdadi.

La notizia, confermata durante un’intervista di Mezviets al canale televisivo LNT (Ierosināti vismaz trīs kriminālprocesi par Latvijas valstspiederīgo pievienošanos teroristiem), è stata diramata lo scorso lunedì: il capo della Polizia ha infatti ammesso che la comunità musulmana lettone è stata influenzata dal fenomeno di radicalizzazione di stampo jihadista e che diversi fedeli musulmani attualmente stanno lottando in Siria.

La Polizia ha aperto tre casi contro Ivars Grinbergs, Olegs Petrovs, ex leader del Centro di Cultura Islamico Lettone, ed una terza persona di cui non sono state fornite informazioni sulla sua identità la quale sarebbe morta combattendo in Siria.

Le autorità hanno dichiarato che i tre uomini si sono trasferiti in Medio Oriente insieme alle loro famiglie (moglie e bambini) e quindi la Polizia lettone starebbe investigando sull’accaduto per poter ricercare familiari e parenti in grado di ricollegarli a Grinbergs e Petrovs.

Parlando di coloro che sono andati in Medio Oriente a combattere, Mezviets ha affermato che il processo di radicalizzazione che ha colpito la comunità musulmana lettone ha interessato maggiormente quelli che si sono convertiti successivamente e che non provenivano da famiglie originarie musulmane. Allo stesso tempo, però, le autorità non credono che sia in atto un sistema di reclutamento da parte dei jihadisti all’interno del paese; i lettoni andati in Siria, infatti, hanno potuto sfruttare la mole di informazioni e risorse presenti in Internet per coloro che desiderano unirsi allo Stato Islamico oppure ad altri gruppi jihadisti.

Secondo i dati presentati da James Clapper, Direttore dell’agenzia di Intelligence Nazionale statunitense, attualmente sarebbero circa 7000 gli occidentali che combattono in Siria ed Iraq tra le fila delle organizzazioni terroristiche internazionali. A partire dal 2012, aggiunge Clapper, ben 38 mila foreign fighters sarebbero giunti in Siria da 120 paesi differenti.

Facendo fede alle informazioni fornite da Radio Free Europe/Radio Liberty, tra i combattenti provenienti dalle ex Siria combattendo tra le file dello Stato Islamico), 400-450 uzbeki, 300-360 turkmeni, 200-250 kazaki, 190-200 tagichi, al massimo 200 azeri, tra i 50 ed i 100 georgiani, un centinaio di kirghisi, al massimo 50 ucraini e 2 estoni.

Occorre ricordare però che poter calcolare il numero esatto dei foreign fithers risulta un’azione molto difficile e complessa perché spesso i governi tendono a presentare tali cifre al ribasso per evitare fenomeni di paura nazionale e per mostrare il proprio paese come “sicuro” alla comunità internazionale. Per quanto riguarda invece le file delle organizzazioni terroristiche, spesso queste tendono ad esagerare il proprio numero sia per motivi di campagna mediatica e sia per fuorviare le diverse agenzie di Intelligence e le forze sul campo.

* Giuliano Bifolchi. Analista geopolitico specializzato nel settore Sicurezza, Conflitti e Relazioni Internazionali. Laureato in Scienze Storiche presso l’Università Tor Vergata di Roma, ha conseguito un Master in Peace Building Management presso l’Università Pontificia San Bonaventura specializzandosi in Open Source Intelligence (OSINT) applicata al fenomeno terroristico della regione mediorientale e caucasica. Ha collaborato e continua a collaborare periodicamente con diverse testate giornalistiche e centri studi.