di Enrico Oliari –
La guerra in Siria potrebbe cronicizzarsi: lo si legge in un rapporto della Cia pubblicato sul Wall Street Journal, secondo il quale il conflitto siriano, che in 33 mesi ha già fatto 130mila morti e causato un’emergenza umanitaria di proporzioni bibliche, “potrebbe durare altri dieci anni o anche di più”, con il presidente al-Assad, “non vincitore ma in grado di sopravvivere”, senza avere il pieno controllo di “tutta la Siria come la conoscevamo finora ma un’area al confine con il Libano e la costa del Mediterraneo”.
Il rapporto spiega poi che nel resto del paese potrebbero sorgere “enclave” controllate dalle varie fazioni che partecipano all’opposizione e quindi territori controllati dagli insorti ed altri dove dettano legge le formazioni jihadiste legate ad al-Qaeda, come Jabat al-Nusra e il Fronte Islamico dell’Iraq e del Levante.
Secondo la Cia a fermare la sconfitta di al-Assad, per il quale Barak Obama aveva detto che “i giorni sono contati”, è stato il supporto a Damasco offerto dal mondo sciita, ovvero dagli Hezbollah libanesi, per anni finanziati proprio dalla Siria, e dall’Iran.
Notizie Geopolitiche è stata la prima testata occidentale a indicare la presenza anche di pasdaran iraniani nel conflitto, cosa del tutto giustificabile se si pensa che a comporre le brigate jihadiste, legate ad al-Qaeda e finanziate dalle monarchie del Golfo, sono stranieri provenienti in particolar modo dal Nordafrica, dalla Penisola Arabica e dai paesi caucasici.
Il rapporto pubblicato sul Wall Street Journal omette, certamente non in modo involontario, di citare l’appoggio della Russia, che a Tartus, in Siria, ha la sua unica base in un panorama che va dal Marocco al Kirghizistan che ospita basi statunitensi, con l’esclusione del solo Iran.
Inoltre sarebbe da vedere a chi interessa, oggi, il rovesciamento del regime siriano, specialmente dopo che le forze jihadiste rappresentano un vero e proprio “terzo fronte” desideroso di istaurare nel paese mediorientale uno stato confessionale: lo stesso Erdogan si è reso conto di aver giocato con il fuoco, mentre Israele dalla stabilità del paese confinante ha sempre avuto il gas (attraverso il gasdotto arabico) e l’implicito assenso sulla questione delle alture del Golan; la Cina, che ha il progetto di ricorrere ai porti siriani per farne un appoggio logistico per le proprie merci dirette all’Europa, ha in essere con al-Assad contratti colossali per la costruzione di infrastrutture; ed anche l’Europa, che da sempre tratta con la Siria, teme di doversi fare carico, nella difficile congiuntura economica, del dramma umanitario. Di certo è impensabile chiedere all’opinione pubblica di condannare al-Qaeda in Afghanistan per poi appoggiarla in Siria, solo perché lotta contro il nemico di Washington.
Una maggiore chiarezza si potrà avere con il cosiddetto “Ginevra 2”, l’incontro previsto per il 22 gennaio a Motreaux proprio per trovare la quadratura del cerchio e tentare di trovare una soluzione della crisi siriana.

