di C. Alessandro Mauceri –

Nei giorni scorsi, il primo ministro cinese, Li Keqiang, è stato in Italia per una visita ufficiale. Prima a Roma, per discutere con Matteo Renzi e Giorgio Napolitano dei rapporti e degli investimenti della Cina in Italia. Poi a Milano, per partecipare all’Asia-Europe Meeting.

Molte frasi di rito e strette di mano. Tuttavia alcuni suoi commenti sono sembrati agli ascoltatori più attenti quantomeno strani.

A cominciare dall’affermazione secondo cui la Cina “non vuole un surplus commerciale” nei confronti dell’Italia, anzi, “Vogliamo importare più prodotti italiani, del made in Italy ma anche di alta tecnologia”. Va detto, però che oggi quasi tutto quello che gira in Italia ormai è rigorosamente made in China… Cosa dovrebbero esportare in Cina le piccole e medie imprese italiane? Ormai tutte le aziende italiane che potevano farlo, hanno già spostato i propri impianti produttivi proprio in quel Paese, sia per approfittare di costi della manodopera bassissimi (rispetto a quelli italiani) che per non essere sottoposti a vincoli sindacali. Le uniche due cosa che non sono state ancora “regalate” alla Cina, forse, sono il design e parte del know-how.

“Speriamo di poter rafforzare gli investimenti reciproci, anche con imprese piccole e medie”, ha aggiunto Li Keqiang. In realtà, fino ad ora, il governo di Pechino pare sia stato interessato, più alle grandi imprese che alle piccole e medie imprese italiane. E, in modo particolare, a quelle a compartecipazione statale. È di pochi giorni fa la notizia che una cordata cinese è tra i maggiori contendenti dell’intero polo dei trasporti di Finmeccanica. Senza contare che la stessa Finmeccanica ha già venduto il 40% di Ansaldo Energia alla cinese Shangay Electric.

E la Banca centrale cinese, pochi mesi fa, ha superato la soglia, considerata “rilevante”, del 2% sia nel capitale azionario dell’Eni che in quello dell’Enel. Un impegno che, tradotto in soldoni, significa un investimento di oltre 2,1 miliardi di dollari (di cui 1,36 miliardi per il 2,1% di Eni e 785 milioni per il 2,07% di Enel) che la Peoples Bank of China ha uscito per aziende tutt’altro che piccole o medie. Imprese (e somme) di grandi dimensioni per l’economia italiana, ma poco più che “bruscolini” per la Cina.

Anche Terna e Snam sono finite nel mirino dei cinesi: il Cda di Cassa depositi e prestiti (Cdp) ha già dato il suo benestare alla cessione di una quota del 35% del capitale sociale ai cinesi di State Grid International Development Limited (Sgid), società interamente controllata da State Grid Corporation of China, la più grande utility al mondo. Costo dell’operazione: non inferiore a 2,1 miliardi di Euro.

Negli ultimi mesi, Pechino ha praticamente dichiarato di voler assumere il controllo di tutte le principali multinazionali italiane a compartecipazione statale. Tutte grandi imprese. Gli unici a non essersene accorti, forse, sono stati nostri politici. Il governo di Pechino ha detto senza mezzi termini che è interessato a far proprie le privatizzazioni delle grandi aziende italiane che il governo Renzi (e quelli che lo hanno preceduto) stanno svendendo nella spasmodica ricerca di fondi da inserire nel bilancio statale. Quei politici, che, con lo stesso decreto che ha previsto il famoso bonus di 80 Euro, avevano ridotto il margine del gruppo Eni del 53% per “una significativa riduzione dei tassi d’interesse e dell’applicazione del nuovo meccanismo di remunerazione della liquidità depositata” presso il Tesoro. In altre parole, i nostri governanti hanno svenduto parte dei “gioielli di famiglia” e i cinesi stanno approfittando dei “saldi”.

Intanto, il governo italiano e i vertici delle aziende a compartecipazione statale pare continuino a credere alla buona fede del primo ministro cinese. Anche quando Li Keqiang ha detto che “saranno molti i cinesi che nel 2015 verranno a visitare l’Italia e l’Expo di Milano, grazie anche alle iniziative del governo italiano”. Frase che i leader italiani hanno recepito come un augurio in vista del prossima manifestazione internazionale del 2015, ma che diversi economisti hanno interpretato come una richiesta a voler acquistare qualcos’altro (“Che altro avete da vendere?”).

Le stesse parole del primo ministro cinese, “la Cina chiederà di osservare leggi e tassazione del vostro Paese”, avrebbero dovuto essere un chiaro segnale d’allarme. Forse chi siede in Parlamento non sa che il modo di gestire le grandi imprese in Cina è ben diverso da quello italiano. In Cina è ancora in discussione l’abolizione della pena di morte per reati di natura economica (corruzione, concussione, contrabbando ed evasione fiscale). Ancora ammessa, invece, la tortura.

Così, mentre il “nuovo che avanza”, che a Milano per il “China-Italy Innovation Forum” giocava con alcuni studenti cinesi, chiedendo: “Volete fare un selfino?”, il primo ministro cinese firmava venti accordi commerciali per un valore complessivo di 8 miliardi di Euro.