di C. Alessandro Mauceri –

Nei giorni scorsi due notizie, tra loro fortemente contraddittorie, sono finite sulle prime pagine dei giornali internazionali. Entrambe avevano come tema la Cina e l’indice di Gini, ovvero l’indicatore internazionale del divario di ricchezza all’interno di una stessa popolazione.

Secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica cinese, il coefficiente di Gini è diminuito passando da 0,473 del 2013 a 0,469 del 2014. Una riduzione che, secondo il direttore dell’Ufficio, Ma Jiantang, è prova della validità delle politiche adottate dal governo per ridurre il gap tra ricchi e poveri. Che un ente governativo si interessasse all’indice di Gini è strano: per anni il governo centrale si è rifiutato di rendere noti i dati necessari per applicarlo. Due anni fa, nel 2013, improvvisamente il governo diffuse i dati del decennio precedente.

Ma anche i dati diffusi sono apparsi anomali. Molti economisti, infatti, hanno mostrato un forte scetticismo anche perché i dati “ufficiali” sono in netto contrasto con quelli di altri istituti. Come riportato dalla rivista di economia e finanza cinese Caixin, il coefficiente di Gini risultato dallo studio condotto dalla Southwest University of Finance and Economics è di 0,61. Dato confermato anche dalla ricerca del Centro Ricerche e Statistiche di China Household Finance.

Numeri che coincidono con quanto sta avvenendo in Cina. Negli ultimi mesi la Cina è diventata il principale mercato di uno degli status symbol moderni: l’iPhone. Apple, uno dei produttori degli smartphone maggiormente di moda, ha comunicato di aver venduto più iPhone in Cina che negli Stati Uniti o in qualsiasi altro Paese. Da un’analisi del Financial Times risulta che la Cina rappresenta il 36% del mercato degli iPhone (gli Stati Uniti solo il 24%).

Nello stesso tempo, però, il livello di povertà di molti di quanti si erano trasferiti nelle megalopoli cinesi sperando di trovare un lavoro o di poter vivere meglio che in campagna, è cresciuto in modo incredibile. Migliaia di famiglie, non guadagnano abbastanza per permettersi un’abitazione “normale” e hanno deciso di vivere da “formiche” (come sono state rinominate da un sociologo cinese). Per questo sono costrette ad alloggiare nei rifugi antiaerei scavati sotto i palazzi a partire dal 1949. Non si tratta di clochard e neanche di vagabondi. Sono impiegati, commessi, insegnanti, gente venuta dalla provincia per fare fortuna, ma che, ricevendo salari che spesso non superano i 4.000 yuan, non può permettersi di pagare l’affitto (un monolocale costa non meno di 3.500 yuan al mese). Decine di migliaia di persone costrette a vivere in cunicoli sottoterra a pochi passi da grattacieli creati durante il regime di Mao dai nomi celestiali, come “Villaggio della Felicità Eterna”.

Nelle megalopoli cinesi migliaia di famiglie vivono in ambienti angusti e privi di illuminazione, senza servizi sanitari o riscaldamenti. A Pechino le chiamano “la Tribù dei Topi”. Lo fanno sperando, un giorno, di guadagnare abbastanza da potersi permettere di vivere in una casa ”normale”. E magari di poter comprare un iPhone. Un sogno che per la maggior parte di loro resterà tale.