di Enrico Oliari

Dopo quelli di aprile e di maggio, la Corea del Nord ha sparato dalla base situata nei pressi di Wonsan altri due missili balistici a medio raggio. Dei due, il primo lancio, alle 23.00 ora italiana e verso il mar del Giappone, è fallito, mentre il secondo ha volato per circa 400 chilometri prima di finire in mare.

Secondo agli apparati militari statunitensi e nordcoreani, si è trattato di razzi Musudan, che possono avere una gittata tra i 2.500 e i 4.000 chilometri, in grado cioè di raggiungere la Corea del Sud, il Giappone e la base statunitense di Guam, nel Pacifico.

Nonostante le continue proteste della comunità internazionale, il regime di Pyongyang continua a mostrare i muscoli anche con il perseguimento programma nucleare e lo scorso 11 maggio i 3.400 delegati al Congresso del Partito dei lavoratori coreani, il primo dopo 36 anni, hanno stabilito di insistere con la ricerca e la costruzione degli armamenti nucleari allargando l’arsenale al fine di “promuovere la crescita economica e rafforzare la forza nucleare di autodifesa sia qualitativamente che quantitativamente”. Era stato il leader Kim Jong-un a chiedere ai congressisti l’incremento delle spese per la ricerca militare, pur ritenendo che la Corea del Nord debba essere una “potenza nucleare responsabile” e non si ricorrerà agli “ordigni atomici a meno che la sovranità del paesi sia violata da forze ostili e aggressive con testate nucleari”.

Si tratta tuttavia di una politica che va letta in chiave esterna ma soprattutto interna, per giustificare ad un popolo costretto specie nelle zone rurali alla fame le continue spese in armamenti.

Tale strategia politica rappresenta però anche una forma di debolezza, poiché se è vero che difficilmente vi potrà essere un intervento esterno “per portare la pace e la democrazia” come è stato per l’Afghanistan (a differenza dell’Iraq di Saddam Hussein, lì le armi di distruzione di massa ci sono veramente), l’anello debole è rappresentato dalla chiusura all’esterno e dal popolo privato dalla libertà, ad esempio di usare internet; fino a quando la Corea del Nord potrà reprimere le voci discordi, azione che vede oggi la realtà di due milioni di prigionieri politici confinati nei gulag su una popolazione di 24 milioni e mezzo di abitanti? Senza contare la dipendenza dai programmi di aiuti alimentari dell’Onu, indice di una comunità nazionale depauperata anche dei beni di prima necessità.

Se manca il pane abbondano le armi: nel paese più militarizzato del mondo, agli inizi del mese è risultato che la Corea del Nord ha provveduto all’estrazione di 6 chilogrammi di plutonio, quantitativo più che sufficiente per la costruzione di un nuovo ordigno atomico, dopo i quattro fatti esplodere negli ultimi anni.

La posizione palesemente insostenibile di Pyongyang ha portato a un raffreddamento dei rapporti con lo storico alleato cinese, ma di recente Ri Su-yong, conosciuto anche come Ri Chol e fino a poco fa ministro degli Esteri nordcoreano, si è recato a Pechino per incontrare il presidente cinese Xi Jinping e lavorare a un riallacciamento delle relazioni. Nonostante questo la Corea del Nord rappresenta per la Cina, che con i suoi mercati guarda a occidente, una palla al piede, da cui potrebbe gradualmente liberarsi.

Per i test di oggi sono fioccate, come accade sempre in questi casi, le proteste della comunità internazionale: il premier giapponese Shinzo Abe ha detto che i tentativi del regime di Pyongyang “non possono essere più tollerati”, ed il ministro della Difesa del suo gabinetto, Gen Nakatani ha notato come la Corea del Nord continui con “tali atti provocatori” a passare sopra le risoluzioni delle Nazioni Unite.

John Kirby, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, ha parlato di “provocazioni”, notando tuttavia che esse non rappresentano una minaccia diretta per gli Stati Uniti e che si continuerà a monitorare la situazione: “Vogliamo sollevare le nostre preoccupazioni all’Onu e consolidare l’impegno internazionale per avere la Corea del Nord responsabile”, anche introducendo ulteriori sanzioni.

Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha affermato che “Condanno con forza il lancio da parte della Corea del Nord di due missili balistici. Queste azioni provocatorie ripetute minano la sicurezza e il dialogo internazionale”. Per Stoltenberg vengono violate una serie di risoluzioni Onu tra cui la 2270 del 2 marzo, che spinge la Corea del Nord a fermare tutte le attività sul suo programma di missili balistici. “La Nato – ha insistito – continua a chiedere alla Corea del Nord di rispettare pienamente i suoi obblighi di diritto internazionale, di non minacciare o eseguire lanci utilizzando la tecnologia dei missili balistici e di astenersi da qualsiasi azione ulteriore provocazione”.