C. Alessandro Mauceri –
Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri danese, Martin Lidegaard, tramite l’ambasciata di Copenaghen alle Nazioni Unite, ha presentato un documento con il quale il suo Paese rivendicava la proprietà di quasi novecentomila chilometri quadrati di territorio a circa 200 miglia nautiche (370 chilometri) a nord della Groenlandia. La richiesta danese fa riferimento ad uno studio geologico, contestato da diversi Paesi, secondo cui la catena sottomarina Lomonosov, sulla quale si trova il fondale del Polo Nord, “apparterrebbe geologicamente” alla Groenlandia. “Il nostro obiettivo è definire i confini della nostra piattaforma territoriale e infine, del regno di Danimarca”, ha detto dichiarato Lidegaard.
In realtà, su quel territorio (così come dall’altra parte del globo, in Antartide) da anni diversi stati cercano di avanzare diritti di possesso soprattutto allo scopo di sfruttarne le copiose risorse minerarie.
Anche il Canada, non più tardi di una anno fa, aveva presentato sempre all’Onu un dossier basato su un attento studio di esperti che riportava prove geologiche inconfutabili dell’appartenenza di queste aree al Canada.
E prima ancora, nel 2002 anche la Russia aveva avanzato pretese di diritto su parte dell’Artico (richiesta respinta a causa della debolezza delle sue argomentazioni scientifiche). Ma Mosca non si è arresa e ha ripresentatola domanda quasi contemporaneamente alla Danimarca. Il ministro delle Risorse Naturali russo, Sergey Donskoy, ha affermato che la regione è di spettanza russa e la sua acquisizione “permetterebbe di aumentare significativamente la produzione nazionale di idrocarburi“.
Sì, perché in realtà l’unico motivo che da sempre spinge gli stati ad avanzare pretese sia sull’Artico che sull’Antartide è che entrambi si trovano in zone ricchissime di risorse minerarie. Secondo gli esperti, solo sotto i ghiacci dell’Artico si troverebbe un quarto di tutte le riserve offshore di idrocarburi del mondo (il 15% del petrolio e il 30% del gas naturale).
Ma non basta. La disputa per l’Artico è da tempo legata anche al controllo delle tratte marittime: con il progressivo scioglimento dei ghiacci, anno dopo anno, stanno aumentando le possibilità di sfruttare trasporti via mare attraverso il Mar Glaciale Artico. A breve secondo alcuni esperti navigare attraverso l’Artico potrebbe essere il modo più rapido per viaggiare via mare tra diversi continenti. Ad esempio, se fosse possibile navigare lungo l’area su cui la Russia rivendica il controllo, sarebbe possibile andare dall’Europa all’Asia in 35 giorni invece dei 48 giorni necessari per viaggiare da un continente all’altro attraverso il Canale di Suez. E in un mondo in cui buona parte dei beni viene prodotta in altri continenti rispetto a quelli in cui viene consumata (con carico di costi sul prezzo finale), potrebbe dare un vantaggio economico tutt’altro che secondario.
Per questo motivo tutti i Paesi che avevano una qualche possibilità di presentare istanza alle Nazioni Unite sulla base di quanto previsto dalla Convenzione Onu sul diritto del mare (Unclos), lo stanno facendo. E lo stanno facendo prima che scadano i termini previsti dall’Onu. Il tempo a disposizione del Canada scadeva alla fine del 2013, quello della Danimarca il 31 dicembre 2014. Ed entrambi i Paesi hanno avanzato pretese sull’Artico. Anche gli Stati Uniti e la Norvegia hanno dichiarato di essere interessate a regioni confinanti col Polo Nord. Nel 2008, questi cinque Paesi avevano concordato una risoluzione delle questioni territoriali riguardo il Polo Nord all’interno degli organi istituzionali della Nazioni Unite. Il problema è che la Commissione Onu delle Nazioni Unite che si occupa dei limiti della piattaforma continentale non ha competenza sulle rivendicazioni territoriali in conflitto tra loro. Quindi, la risoluzione potrebbe venire solo in seguito ad un accordo tra i Paesi che hanno avanzato richiesta di sovranità entro il termine fissato. Canada, Russia e, nei giorni scorsi, la Danimarca lo hanno fatto.

