di Davide Delaiti –
La crisi attuale nel Mali dimostra ancora una volta come le dinamiche politiche nel continente africano vengano affrontate come crisi globali, che ormai non coinvolgono più solo i giganti occidentali, primi fra tutti Stati Uniti e Francia, ma anche altre potenze come la Cina, che si sta insediando silenziosamente nelle operazioni di peacekeeping. La ragion fondante di questa concezione globalizzante risiede negli interessi, per di più riguardanti l’approvvigionamento economico, degli stati occidentali. Dal cinismo latente nella giustificazione degli interventi militari, ne deriva una visione della sicurezza internazionale che tende a considerare l’Africa più come oggetto che come soggetto. Uno stato viene “salvato” per gli interessi extra africani che rischiano di essere minacciati, e di conseguenza le operazioni sotto la bandiera dell’Onu tendono a essere strettamente militari. Ma il mandato Onu in Mali dovrà essere un intervento di tipo militare, oppure dovrà assumere una forma più comprensiva ed estesa? Dovrà prevedere delle politiche che riguardino la sicurezza in senso stretto, oppure politiche che proiettino il paese anche in un futuro di tranquillità politico-sociale?
L’Occidente si prepara a gestire la crisi nel Mali, conscio degli errori commessi in passato e del fatto che una politica di sicurezza atta unicamente ad uno dispiego di forze militari al fine di sconfiggere il nemico di turno (gruppi terroristici, dittatori), non sarà sufficiente. La cosiddetta “guerra al terrore” (lotta al terrorismo), espressione coniata dall’ex presidente Bush, è una forma di peacekeeping lampo e violenta che raramente si è preoccupata di una stabilizzazione politica postuma. La filosofia d’intervento necessita di maggiore razionalità: un’operazione militare senza alcun tipo di piattaforma politica è destinata a produrre solo danni. L’evoluzione che sta subendo il concepimento della politica estera è orientata a un inferiore utilizzo e dispiegamento di forze armate, compito affidato sempre più ai contingenti regionali della zona coinvolta e nel caso del Mali all’Ecowas (Comunità economica degli stati dell’Africa Occidentale), e ad un concertamento generale per l’attuazione di politiche di sviluppo post-belliche, siano esse di carattere politico o economico.
Nel caso specifico del Mali, sono due fattori che sembrano favorire questo nuovo orientamento della politica di sicurezza: il ruolo della Francia con la neo presidenza di Hollande e la nomina di Romano Prodi come inviato speciale Onu.
La Francia è lo stato europeo più coinvolto nella crisi del Sahel. Il Mali infatti è una pedina importante dello scacchiere internazionale francese in quanto garante della sua posizione predominante dal punto di vista economico. Ma lo stato sahariano possiede anche un valore simbolico per i francesi (soprattutto se si considera il periodo coloniale) e perderne la partnership significherebbe un danno d’immagine non da poco per la Francia. La presidenza di Hollande sembra segnare una cesura con la precedente concezione della politica estera francese. Il neo presidente ha dichiarato davanti all’Assemblea nazionale della Repubblica del Senegal che “l’era della Françafrique è finita e l’Ue ha ricevuto il premio nobel per la Pace per aver contribuito a promuovere la pace, la riconciliazione, la democrazia e i diritti umani in Europa”. La Françafrique è un termine che si riferisce alle relazioni tra la Francia e le sue ex colonie africane, impregnato della “grandeur” tradizionale della politica estera francese, rappresentata per eccellenza da de Gaulle, secondo il quale la Francia doveva ricoprire un ruolo centrale sulla scena internazionale e doveva influenzarne gli eventi. Questo antico progetto si è protratto fino alla presidenza di Sarkozy e l’ affannoso interventismo in Libia ne è la prova. François Hollande ha sposato il principio della “non-ingérence et non-indifférence” (non ingerenza e non indifferenza) e sembra per ora adottare nei confronti del Mali un approccio più indiretto e incentrato sullo sviluppo : sono stati forniti addestratori per i militari africani e 2 milioni di euro per sostenere progetti di sviluppo. Questo atteggiamento più prudente è giustificato anche dai recenti rapimenti di cittadini francesi ad opera degli islamisti del Mujao , i cui obiettivi sono appunto i cosiddetti “walking money” (giornalisti, turisti ecc…) che in termini economici risultano esser il maggior provente per queste organizzazioni terroristiche.
Il secondo elemento che caratterizza la “nuova” peacekeeping policy nel Mali è appunto la nomina di Romano Prodi come inviato speciale dell’Onu (un altro candidato di rilievo era Jean Ping, ex presidente dell’Unione Africana). L’ex primo ministro è stato accettato con favore dall’Algeria, altro stato fortemente coinvolto la cui posizione per ora è ancora molto incerta, in quanto “uomo di pace” e contro la guerra.
Romano Prodi tenterà di “modernizzare” il mandato affidatogli attuando una politica d’intervento che vada oltre ad un mero intervento militare. L’operazione sarà probabilmente più lunga data la sua complessità. I quattro pilastri su cui si basa il rapporto di Prodi sono di carattere politico, militare, economico e umanitario in modo tale che tramite un’operazione più corposa sia possibile immaginare un assestamento e una stabilizzazione (politica, istituzionale, economica) nel futuro del Mali. Da un punto di vista politico, si tenterà una mediazione e delle negoziazioni tra i gruppi ribelli (Aqmi, Mujao e Ansar Dine) e il governo, in modo da farli rientrare all’interno di un progetto politico duraturo. Tuttavia sembra ancora lontano un orizzonte democratico per il Mali. Infatti il governo centrale è guidato da una giunta militare ombra, presieduta da Amadou Sanogo (a seguito del colpo di Stato nel marzo del 2012), ma rappresenta un nucleo politico poco affidabile e fragile. I tuareg (popolazione berbera del Nord del Mali) chiedono la secessione del nord e finchè non vi è una centralizzazione stabile del potere non si capisce sotto cosa il Mali debba riunirsi. Secondo punto chiave del mandato è lo sviluppo economico: Prodi sottolinea la necessità di una coordinazione internazionale, non soltanto tra le principali forze mondiali (Stati Uniti, Europa, Cina) ma anche tramite un maggiore coinvolgimento di organizzazioni internazionali. Fondamentale, soprattutto per le nuove generazioni del Mali, è avviare un progetto di sviluppo, in modo da gettare le basi per uno Welfare State. Sarà inoltre necessaria una politica umanitaria, perché ad oggi la situazione è critica, infatti i rifugiati sono ormai 400.000 e 4,6 milioni di maliani sono a rischio insicurezza alimentare. L’unica organizzazione internazionale per ora sul campo è la Croce Rossa, ma Prodi spera di riuscire a coinvolgerne altre (quali la FAO). Il quarto ed ultimo operation’s point è l’intervento militare : intenzione dell’inviato dell’ Onu sarebbe quella di convincere alcuni gruppi insorti a desistere prima dell’intervento militare stesso, in modo da evitare uno scontro troppo violento.
Immaginare che le crisi africane possano non implicare più l’intervento degli stati occidentali è utopico, soprattutto per gli interessi in ballo, siano essi economici e politici. Le vicende nel continente nero saranno sempre considerate questioni globali. Ma la nuova presidenza francese di Hollande e il mandato di Romano Prodi potrebbero segnare una svolta nella peacekeeping policy sulla scena internazionale.

