di Guido Keller –
La diplomazia della Corea del Nord si sta affidando sempre più ad un linguaggio da strada: il 27 aprile, dopo le dichiarazioni del presidente Usa in visita a Seul, con le quali ha affermato che la frontiera con la Corea del Nord “segna il confine della libertà”, il regime di Pyonyang ha insultato Barak Obama definendolo un “ruffiano” e la presidente della Corea del Sud, Park Geun-hye, una “vecchia prostituta”. Ha poi paragonato il rapporto tra Seul e Washington a quello “tra una marionetta e il burattinaio”.
Il 2 maggio l’agenzia di stampa del regime ha riportato un documento in cui il residente americano è stato definito “sporco individuo”, “clown” e “malvagia scimmia nera”. Pubblicato in coreano, il documento è stato tradotto da un blogger, Josh Stanton, specializzato in violazioni di diritti umani.
Come ha spiegato Brian Reynolds Meyers, professore associato all’Università Dongseo di Busan, in Corea del Sud e considerato uno dei massimi esperti di Corea del Nord, la visione del regime si basa sulla “purezza della razza”, anche se ormai gli unici ad interloquire con Pyongyang sono disastrati paesi africani.

