di Shorsh Surme –
In un attimo fugace che ha evocato le immagini di una grande guerra, il mondo si è trovato di fronte a una scena senza precedenti: gli Stati Uniti hanno annunciato un’operazione militare su larga scala all’interno di uno Stato sovrano, arrestando il presidente e sua moglie e trasferendoli fuori dal Paese.
L’evento ha preso avvio con un annuncio presidenziale diffuso attraverso una piattaforma digitale, nel quale Donald Trump ha definito l’operazione militare “di grande successo”. L’azione, condotta in Venezuela, si sarebbe conclusa con la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie e con il loro trasferimento aereo negli Stati Uniti. In poche ore, la notizia è passata dallo status di “ultima ora” a quello di questione centrale sul futuro delle regole che governano l’ordine internazionale.
Secondo le informazioni diffuse successivamente, l’operazione sarebbe stata il risultato di una pianificazione militare meticolosa, con il coinvolgimento di forze altamente qualificate. I detenuti sarebbero stati trasportati in elicottero fino a una nave da guerra e successivamente trasferiti a New York per affrontare accuse federali. L’intera operazione è stata descritta come uno spettacolo trasmesso in diretta streaming, un linguaggio che ha contribuito a offuscare ulteriormente i confini tra politica, potere militare e rappresentazione mediatica.
La portata dell’evento si è rapidamente ampliata sul piano internazionale, suscitando condanne, riserve e avvertimenti da parte di numerose capitali. Molti governi hanno definito l’operazione una violazione diretta del principio di non uso della forza e una palese lesione della sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite, con possibili ripercussioni ben oltre i confini venezuelani.
La Francia ha condannato l’azione, definendola una chiara violazione del diritto internazionale. La Russia ha espresso “grave preoccupazione”, parlando di “aggressione armata” e mettendo in guardia dai rischi di un’escalation, invocando al contempo de-escalation e dialogo. L’Iran ha descritto l’operazione come una violazione della Carta delle Nazioni Unite e come un potenziale preludio a sconvolgimenti più ampi nel sistema internazionale di pace e sicurezza.
Il Brasile ha avvertito del superamento di una “linea inaccettabile”, sottolineando i rischi umanitari e regionali, mentre Cuba ha definito l’attacco un atto criminale, accusando Washington di terrorismo di Stato. La Gran Bretagna ha confermato la propria non partecipazione all’operazione e ha chiesto chiarimenti ufficiali, ribadendo la necessità di rispettare il diritto internazionale.
L’Europa ha seguito gli sviluppi con crescente preoccupazione, invocando una transizione pacifica conforme alla Carta delle Nazioni Unite. L’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza ha evidenziato la perdita di legittimità politica di Maduro, sottolineando al contempo l’urgenza di moderazione e di rispetto delle regole internazionali. Al di fuori dei canali ufficiali, partiti libanesi e palestinesi hanno definito l’operazione un’“aggressione imperialista e terrorismo organizzato”, inserendola in un contesto più ampio di uso della forza per imporre egemonia e ridefinire le sfere di influenza.
Quanto accaduto riflette il livello di confusione che ha investito il sistema internazionale di fronte a un evento che ha spezzato la tradizionale sequenza delle crisi: dalla tensione politica si è passati direttamente a un’azione militare transfrontaliera, senza una copertura delle Nazioni Unite né un quadro giuridico dichiarato.
Quando la logica della forza prevale sulla legge, ha dichiarato ad Al Watten l’analista politico iracheno Khaled Hammadi, “ciò che è successo in Venezuela non è un incidente militare isolato, ma un anello di una lunga catena nella gestione del potere all’interno del sistema internazionale”. Secondo Hammadi, l’evento solleva una questione centrale: “Che cosa resta del concetto di sovranità quando entra in conflitto con gli interessi di una grande potenza?”.
L’analista ha aggiunto che le grandi potenze non violano le regole perché le rifiutano apertamente, ma perché non esiste più nulla che le costringa a rispettarle quando queste entrano in collisione con i loro interessi fondamentali. “Le regole internazionali sono diventate strumenti selettivi e la sovranità un concetto relativo”, ha concluso Hammadi, avvertendo che il vero pericolo risiede nella scomparsa stessa della necessità di giustificazione, di una copertura legale o di una risoluzione delle Nazioni Unite.
















