di Enrico Oliari –

Rappresenta sempre più un problema per Israele la decisione, assunta ormai due anni fa, dell’Unione Europea di adottare misure per aver proceduto, nonostante le richieste della comunità internazionale, nella costruzione di migliaia di alloggi per i coloni nella Cisgiordania e a Gerusalemme Est: il gruppo di telefonia francese Orange ha comunicato oggi l’intenzione di “porre fine” al partenariato con con l’operatore israeliano Partner Communications.

In passato già la Danimarca aveva inserito nella cosiddetta “black-list” l’israeliana Banca Hapoalim, bloccando alla stessa la possibilità di investire in Danimarca; l’olandese Pggm aveva poi comunicato decisioni simili, ovvero il congelamento dei fondi pensionistici israeliani, e la tedesca Deutsche Bank aveva incluso la Hapoalim Bank in una propria lista di compagnie riguardo le quali gli investimenti sollevano questioni etiche, compreso il traffico di armi, ovvero con le quali non avere rapporti.

Più diplomaticamente la francese Orange, partecipata per un quarto dallo stato, ha precisato che la decisione di ritirarsi da Israele “non è un atto di natura politica”, bensì risponde al primo obiettivo di difendere e di valorizzare la forza del suo marchio nell’insieme dei mercati in cui è presente. Non vi è in alcun modo la vocazione a prendere parte, in qualsiasi forma, a un dibattito di natura politica”, anche perché Orange “non è operatore in Israele”, ma ha solo “un accordo di licenza sul marchio con l’operatore Partner Communications”. Sempre il colosso francese della telefonia ha precisato che “Il gruppo Orange non è azionista della società Partner è non ha dunque alcuna influenza sulla sua strategia o sul suo sviluppo operativo”. L’intesa tra le due parti, puntualizza Orange, era stata firmata prima dell’acquisizione di Orange France da parte di France Telecom nel 2000, “unico di licenza sul marchio di lungo termine” che ora, nel rispetto della politica aziendale, si vorrebbe chiudere.

Detta così sembrerebbe una comunissima operazione di marketing o di riordino aziendale. Tuttavia il primo a non pensarla in questo modo è stato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il quale vi ha visto ben altro ed ha fatto ”appello al governo francese perché pubblicamente prenda le distanze dall’azione infelice di una società che si trova sotto parziale proprietà dello stesso governo”. Netanyhu, che si è riferito al “boicottaggio” come a “uno spettacolo assurdo”, ha parlato di ”uno spettacolo miserabile che non sarà dimenticato”. Ha quindi aggiunto che Israele è ”una democrazia che rispetta i diritti umani, che si difende dal lancio dei missili e dai tunnel terroristici, e che incassa quindi condanne automatiche e tentativi di boicottaggio”. ”Faccio appello ai nostri amici – ha concluso – di dichiarare in maniera incondizionata, a voce alta e chiara, che si oppongono ad ogni forma di boicottaggio contro lo stato degli ebrei’’.

Da notare che la definizione “stato degli ebrei” indica la direzione ideologico-politica che Netanyahu intende perseguire nonostante la traballante maggioranza: il governo precedente era caduto il 3 dicembre, quando i moderati di Hatnua e Yesh Atid, fra i quali il ministro delle Finanze Yair Lapid e la responsabile della Giustizia Tzipi Livni, si erano rifiutati di firmare la proposta di legge governativa patrocinata dallo stesso Netanyahu che volta a considerare Israele quale “Nazione ebraica”, un ulteriore elemento di tensione nel quadro della difficile questione israelo-palestinese.