di Giuseppe Gagliano –
Al termine della guerra fredda le capacità militari dei Paesi industrializzati non costituirono più il principale motore del loro potere sulla scena internazionale. Il periodo dei conflitti diretti e frontali tra potenze industriali che ricorrono all’uso delle armi da fuoco e alle abilità militari, oggi si è evoluto, sfociando in una conflittualità asimmetrica. Questa evoluzione si è talmente affermata che la sensibilità politica per cui i Paesi occidentali non sono più favorevoli all’idea di scontro militare: da questo momento il potere si manifesta senza ricorrere alla violenza.
L’apertura delle frontiere e la liberalizzazione degli scambi hanno favorito la nascita di aziende multinazionali dotate di strategie mondiali. A fianco di queste aziende, gli Stati si sono impegnati a sviluppare politiche di conquista dei mercati esteri e di controllo dei settori di attività considerati strategici. Pertanto, al servizio delle ambizioni nazionali, i membri della diplomazia devono avere un doppio approccio, diplomatico ed economico, per poter gestire una situazione che non è priva di problemi. Di fatto, la condizione economica di una nazione è l’unità di misura attraverso la quale si giudica ormai il suo potere. In questo contesto, che sta diventando sempre più globalizzato, gli interessi politici delle nazioni si sottomettono quindi agli interessi economici, segnando l’inizio di una nuova era, quella della geoeconomia.
Se i conflitti frontali, o classici, non prevalgono più tra Paesi sviluppati, le logiche di scontro derivate dai loro rapporti diretti non sono tuttavia scomparse, ma hanno solo cambiato natura e strumenti. Oramai, infatti, l’antagonismo tra Paesi industrializzati si esprime essenzialmente sotto forme economiche. Questa, di fatto, è la tesi di Edward Luttwak che negli anni ’80 annuncia l’avvento di un nuovo ordine internazionale in cui l’arma economica ha rimpiazzato l’arma militare come strumento al servizio degli Stati nella loro volontà di potenza e di affermazione sulla scena internazionale. Le minacce e le alleanze militari hanno perso la loro importanza con il ritorno a una situazione di pace degli scambi internazionali. Da questo momento le priorità economiche sono passate in primo piano. In futuro, sarà forse il timore delle conseguenze economiche a regolare i contenziosi commerciali. Se sarà ancora necessaria una minaccia esterna per garantire l’unità e la coesione interna delle nazioni, tale minaccia sarà pertanto economica o, più esattamente, geoeconomica.
Ancora secondo Luttwak, alla geopolitica classica, in cui le rivalità dei Paesi riguardano in primo luogo il dominio dei territori, subentra una geoeconomia emersa dal crollo delle ambizioni territoriali e ideologiche del vecchio impero sovietico e della guerra fredda. Gli obiettivi di questa nascente geoeconomia non si individuano più, secondo Luttwak, nella conquista dei territori o nell’influenza diplomatica, ma nella massimizzazione di figure altamente qualificate all’interno di industrie di punta e di servizi ad alto valore aggiunto. Di conseguenza, lo scopo principale della geoeconomia è di conquistare o di preservare una posizione ambita all’interno dell’economia mondiale. Si verificano infatti circostanze in cui gli Stati definiscono e mettono in atto delle politiche di conquista di carattere economico, e non più militare, che mirano a investire, cercare, sviluppare e trovare nuovi mercati. Proprio quando in queste politiche interviene anche lo Stato, incoraggiando, assistendo o dirigendo le attività tipiche delle aziende, non si tratta più di semplice economia, ma di geoeconomia.
L’approccio sviluppato da Edward Luttwak rappresenta indubbiamente una visione utile per comprendere il nuovo contesto internazionale, ma talvolta risulta troppo rigida per descrivere in maniera efficace la realtà economica della fine del XX secolo. In primo luogo, per quanto riguarda il campo di applicazione della geoeconomia, è vero che questa si pratica più spesso tra i Paesi industrializzati, come l’America, l’Europa occidentale e il Giappone, ma anche molti Paesi dell’America Latina e dell’Asia hanno saputo affermare la propria presenza sulla scena internazionale mettendo in atto strategie che si possono definire di geoeconomia, sebbene talvolta si muovano in un campo geopolitico non controllato. In secondo luogo, è vero che lo Stato ha un ruolo centrale in ogni strategia geoeconomica, poiché esso determina i dispositivi e le situazioni geoeconomiche e identifica le minacce e le strategie difensive o offensive; esso, tuttavia, non agisce in maniera esclusiva poiché alcune imprese, quelle di maggiori dimensioni, suscitano o possono suscitare le stesse strategie. Lo Stato può operare in maniera cosciente ma talvolta può anche farsi ingannare dalle manovre delle imprese che lo spingono a mettere in atto una logica geoeconomica che va a beneficio delle stesse imprese. Più spesso, però, lo Stato opera assieme all’azienda, aiutando e appoggiandone le ambizioni, entrambi ben consci delle reciproche esigenze strategiche. Il concetto di geoeconomia, quindi, è oggi ben più globale di quello descritto inizialmente dal fondatore di questo neologismo: si estende a una dimensione mondiale che in ogni caso non potrebbe limitarsi ai soli Paesi occidentali.
Per definirla in maniera più precisa, la geoeconomia rappresenta l’analisi delle strategie di ordine economico, in particolare commerciale, decise dagli Stati nell’ambito delle politiche che mirano a proteggere la loro economia nazionale, ad acquisire il dominio delle tecnologie chiave o a conquistare alcuni segmenti del mercato mondiale relativi alla produzione o al commercio di un prodotto o di una gamma di prodotti sensibili, in quanto il loro possesso o il loro controllo conferisce al detentore (Stato o impresa nazionale) un elemento di potere e di importanza internazionale, e concorre al rafforzamento del suo potenziale economico e sociale. La geoeconomia, pertanto, riguarda le relazioni tra potere e spazio, quest’ultimo inteso come uno spazio libero dalle frontiere territoriali e fisiche, caratteristiche della geopolitica. Poiché la geoeconomia si riferisce a conflitti per la conquista di parti di mercato o acquisizioni tecnologiche, alcuni potrebbero associarla alla “guerra economica”. Tuttavia, emergono numerose distinzioni tra geoeconomia e guerra economica. La prima distinzione riguarda gli attori: mentre imprese e gruppi non governativi (associazioni di consumatori, organizzazioni ambientali, lobby varie, ecc.) possono mettere in pratica le proprie politiche di guerra economica sia nei confronti di un mercato nazionale sia a livello mondiale, le pratiche geoeconomiche sono attuate solo dagli Stati, in stretta collaborazione con delle aziende reputate strategiche dagli Stati stessi. Un’altra distinzione riguarda gli strumenti utilizzati da questi attori: la strategia geoeconomica può certamente ricorrere ad alcuni degli strumenti utilizzati dalla guerra economica (pratiche anticoncorrenziali classiche, l’utilizzo discriminante del contingentamento e dei diritti di dogana, la limitazione dei mercati pubblici alle sole imprese nazionali e la limitazione di alcune attività ai monopoli), ma generalmente non fa uso delle armi maggiormente offensive come l’embargo unilaterale o il boicottaggio organizzato. Infine, è fondamentale sottolineare la conseguente popolarità delle strategie geoeconomiche all’interno dell’apparato statale. Esse conferiscono una nuova missione ai suoi rappresentanti e funzionari, preoccupati dalla perdita di sovranità nazionale connessa alla globalizzazione. L’individuazione di settori economici vitali, di imprese da difendere o promuovere a livello internazionale, costituisce uno stimolo rinnovato di mobilitazione per gli attori statali al servizio degli interessi del Paese. Questo sostegno appare spontaneo nel momento in cui mette in atto politiche concorrenziali offensive accettabili dalla comunità internazionale.
A questo punto è importante definire anche il concetto di geopolitica.
Nella prefazione del Dizionario di Geopolitica, Yves Lacoste rileva che nei molteplici casi in cui oggi si parla di geopolitica si fa riferimento in realtà a rivalità di potere che riguardano il dominio dei territori. In questi scontri di forze politiche ciascun attore utilizza diversi mezzi, tra cui le argomentazioni, per far valere le proprie ragioni allo scopo di mantenere o conquistare un territorio e dimostrare che le pretese del rivale sono illegittime. Di conseguenza la geopolitica fa riferimento a un metodo particolare che localizza, identifica e analizza i fenomeni conflittuali, le strategie offensive o difensive connesse al possesso di un territorio, prendendo in considerazione le influenze dell’ambiente geografico, gli argomenti politici dei protagonisti del conflitto e le tendenze del periodo storico.
Come la geopolitica, anche la geoeconomia rappresenta un metodo di analisi e interpretazione dei rapporti di forza sul piano internazionale. Tuttavia, vi sono delle fondamentali differenze tra questi due concetti. Innanzitutto, la geoeconomia riguarda gli Stati e le grandi aziende legate a una strategia internazionale, mentre la geopolitica coinvolge non solo Stati e imprese ma anche gruppi di persone, politicamente costituiti e non, che partecipano con le loro azioni alle strategie di conquista dei territori. Un’altra distinzione essenziale si riferisce allo scopo di questi due concetti: diversamente dalla geopolitica, la geoeconomia non mira a controllare i territori, ma ad acquisirne la supremazia tecnologica e commerciale. Sebbene la geoeconomia appaia distinta dalla geopolitica, non si può affermare che l’avvento della prima segni la fine della seconda, poiché in nessun caso la geoeconomia determina la fine dei conflitti e delle rivendicazioni territoriali. È sufficiente osservare la guerra nell’ex Jugoslavia, i conflitti in Africa centrale nella regione dei Grandi Laghi, o il Vicino Oriente, per comprendere che la geopolitica, in quanto metodo di interpretazione dei fenomeni e delle rivalità di potere connesse ai territori, è tuttora valida e lo sarà ancora per qualche tempo.
Anche per quanto riguarda i Paesi sviluppati, l’interpretazione geopolitica rimane comunque uno strumento utile per comprendere numerosi fenomeni essenzialmente interni, come per esempio le motivazioni di una rivendicazione regionale; ma la sua portata è più limitata quando si colloca a livello statale nell’ambito delle relazioni con i partner industriali: in questo caso è l’approccio interpretativo della geoeconomia a prevalere.
Attualmente, quindi, la conquista dei mercati e delle tecnologie più avanzate ha superato quella dei territori. Si tratta di attività svolte certamente dagli imprenditori, ma anche, e questa è la novità, dai decisori politici, dai diplomatici e da altri funzionari. In questo senso, l’approccio geoeconomico è ben rappresentato dalle recenti politiche commerciali delle ultime amministrazioni americane: la diplomazia economica offensiva perseguita dal presidente Clinton, tramite l’utilizzo di tutti gli strumenti disponibili di persuasione economica e la misurazione dell’influenza internazionale degli Stati Uniti per mezzo del numero di mercati conquistati, ne è un buon esempio. Gli Stati europei intraprendono le proprie azioni seguendo sempre più le orme tracciate dal concorrente americano. Tuttavia è impossibile non osservare come gli europei siano in forte ritardo rispetto agli Stati Uniti, al Giappone e ad alcune nazioni asiatiche certamente più piccole ma presenti in alcuni settori fondamentali dell’industria.
In definitiva, nell’epoca attuale la geoeconomia è un fenomeno mondiale che rappresenta un nuovo margine competitivo tra nazioni commercialmente sviluppate. Essa si presenta inoltre come un metodo di analisi dell’azione internazionale delle principali potenze, in particolare occidentali: in un mondo in cui le potenze sono alla ricerca di nuovi spazi di manovra, l’approccio geoeconomico offre un’indispensabile griglia di lettura delle relazioni internazionali.
Generalmente si pensa che sia economicamente potente un Paese che produce molto. Le misure del PIL, in realtà, non sono sufficienti a creare una classifica, perché tali misure sono in grado di distinguere dei gruppi di Paesi, ma non valutano gli elementi determinanti di ciò che prendono in considerazione.
Ad assicurare la continuità del potere economico di un Paese non è né la presenza di fonti di ricchezza né l’azione dei centri decisionali. Esso si fonda sulla circolazione delle merci e sull’interazione tra forze di potere e risorse. Il potere economico vive solamente nel momento in cui assume la sua forma più astratta e riesce a formare un sistema che lo sostiene. Privato della regolarità delle ricchezze, della continuità dell’esercizio del potere e dei flussi economici, il potere economico può essere sconfitto e annientato; esso perdura nella misura in cui riesce a gestire queste tre dimensioni. La storia mostra che ciascuno di questi elementi può variare notevolmente nel tempo, tanto da far apparire il potere economico non come un risultato ma come una causa. È il potere economico, nascosto dietro la capacità di stimolo e di organizzazione, che attira verso di esso gli strumenti della sua vitalità; esso dà forma alla storia mantenendo poli di articolazione tra risorse, azioni e mezzi di ogni tipo, che orientano le evoluzioni e permettono, o impediscono, i successivi sviluppi storici.
Il sistema che determina il potere economico è costituito da una combinazione costantemente riformulata di elementi che si alimentano reciprocamente: un ambiente di imprenditori e di amministratori complementari, un popolo istruito e attivo, delle infrastrutture naturali o artificiali, il controllo delle risorse vicine o lontane. Tuttavia un simile sistema è fragile, i grandi eventi possono annientarlo, accantonarlo o degradarlo. Per perdurare e affermarsi il sistema che dà luogo alla potenza economica deve essere continuamente animato da numerosi operatori e regolato da un insieme di istanze per controllare che nessuno dei suoi aspetti sia trascurato. Per di più, esso ha bisogno di una sicurezza stabile.
Dunque, il potere economico è innanzitutto un’economia in potenza; esso è il frutto di beni immateriali, come le infrastrutture, la popolazione, la politica, le risorse, i patrimoni, i vantaggi, ecc., che formano questo sistema. È proprio a questo livello che interviene la sicurezza, come fattore anch’esso potenziante.
Oggi vi sono però quattro fattori che tendono a sciogliere la connessione tra potere economico e superiorità strategica. Nei Paesi sottosviluppati o abbandonati a violenze interne, l’assenza di un benessere economico si coniuga spesso con un’inefficienza militare. Sebbene questa correlazione tra potere economico e posizione strategica a livello internazionale risulti visibile in alcuni casi estremi, essa non risulta valida per un una percentuale crescente di circostanze. Col favore della guerra fredda, o più spesso della “pace fredda”, si sono affermate forze esclusivamente economiche: Taiwan e Hong Kong, per esempio, inizialmente militarmente indifendibili ma protetti dalla magnetosfera della guerra fredda, hanno potuto affermarsi dal punto di vista produttivo. Si potrebbe dire lo stesso dell’Europa occidentale, sviluppatasi al riparo della cortina di ferro e che trae oggi dal suo potere economico una capacità di attrazione inattaccabile. È evidente che si sta verificando un notevole aumento di attori che ostentano influenze economiche indiscutibili.
Un secondo aspetto che altera la relazione tra potere economico e potere in senso stretto risiede nella crescente impossibilità di acquisire il primo tramite il secondo. Il fallimento dell’Iraq nel tentativo di trasformare una superiorità militare in un controllo delle risorse ne è un’evidente dimostrazione. La superiorità militare, annientata da una superiorità strategica mondiale mobilitata contro di essa, ha portato a una miseria senza precedenti e a una rovina probabilmente irrimediabile di quello che sarebbe potuto diventare un potere economico almeno a livello regionale.
Un terzo aspetto fa riferimento ai costi. L’investimento produttivo ha un rendimento crescente poiché i mercati, protetti da un contesto di pace sempre più diffuso, gli offrono delle prospettive di espansione. L’investimento sul potere, invece, ha un rendimento decrescente: la superiorità militare, ad esempio, si ottiene attraverso la perfezione tecnica e organizzativa, tutti costi esponenziali e alla portata esclusiva di grandi nazioni o di gruppi di nazioni. Inoltre, solo economie estremamente complesse e dinamiche, con notevoli disponibilità da investire in ricerca, sono in grado di sostenere tali sviluppi, che appaiono come funzioni di un vero potere economico. D’altronde, in maniera sottile sta avvenendo uno slittamento che sposta il presupposto dei sacrifici finanziari consentiti dai mezzi del potere (diplomazia, forze armate, ecc.) da un sentimento innato di protezione verso l’accettazione a fornire in questo modo un contributo utile al mondo. Ovviamente una nazione che accetta di contribuire alla sicurezza del mondo deve sentirsi essa stessa al riparo da ogni minaccia. Questo tipo di visione era presente anche nelle azioni intraprese dal generale de Gaulle nella creazione dell’indipendenza strategica della Francia. Egli sapeva che, fornendo alla Francia degli strumenti per la sua totale sicurezza, stava anche creando la condizione definitiva per mantenersi per sempre ai più alti livelli tecnologici, economici e finanziari necessari a sostenere questa posizione, permettendo alla Francia di diventare una potenza viva.
Infine, è necessario evidenziare un quarto aspetto. Inizialmente sembrava che il potere scaturisse sempre da una combinazione di elementi felicemente coniugati in uno stesso luogo, allo stesso tempo e per una stessa azione. Tuttavia, solo recentemente si sono resi disponibili i mezzi per agire direttamente al cuore di questa combinazione. Un tempo, una superiorità militare era in grado di assicurare un mercato in cui potevano svilupparsi delle attività, come sosteneva il pensiero di Colbert e dimostrano l’esperienza coloniale francese e l’atteggiamento sovietico. Tali supremazie bastavano ad assicurare dei margini di potere che, diversamente, la concorrenza avrebbe eliminato. Simmetricamente, la superiorità economica esercitava un’influenza che rompeva le frontiere, come nel caso del made in England. Questo però non è più il modo di incrementare la potenza: l’abbassamento generalizzato delle misure protezionistiche, agevolato dalla diminuzione del costo degli scambi e di conseguenza del loro notevole aumento, ha eliminato le rendite di situazione ed escluso la loro possibilità di sommarsi ad altri vantaggi per raggiungere il potere. Prendono invece vantaggio i popoli capaci di coniugare capacità di produzione, finanziamento, organizzazione ed evoluzione. Queste capacità mettono in gioco la storia, le esperienze, la cultura e tutto ciò che è animato dal potere pubblico e dagli individui. Dalla prospettiva di questa fonte di potere, che riguarda l’abilità ad agire efficacemente insieme, le rendite di ogni sorta sono inutili e pregiudizievoli, giacché accrescono il costo dei fattori. Esse possono quindi essere abbandonate. Pertanto si fa affidamento sulla fonte del potere economico allo stato puro, che possiamo chiamare intelligence economica.
La nostra epoca è in grado di accedere finalmente agli strumenti di questa economia dell’intelligence attraverso due modi. Il primo riguarda l’evoluzione tecnica che, globalmente, inquadra ogni cosa come una concretizzazione di un universo digitale potenzialmente unico e immediatamente uniforme. Oramai non c’è nulla che non possa trovare la sua rappresentazione digitale e quindi entrare nel cyberspazio. Questo elemento comune a tutte le cose, che il filosofo Marx aveva così appassionatamente cercato, si trova molto semplicemente, e in maniera comodamente accessibile, sotto forma di bit disponibili sempre e ovunque, proposti con un adeguato trattamento. Gli strumenti tecnici attuali permettono già una globalizzazione finanziaria totale, una sfera dell’informazione mediatica istantanea e una gestione dei flussi di una finezza estrema. Il potere economico è assicurato a quelli che opereranno più velocemente, più intelligentemente e più profondamente in questo senso, come già dimostrano le società asiatiche in notevole sviluppo. L’altro modo attraverso il quale le nostre società possono aprirsi a un’economia d’intelligence è il lento declino delle rappresentanze frazionate, fondate sul bisogno di pensare alla collettività degli individui attraverso delle strutture stabili, come le classi sociali, le professioni, gli Stati, ecc. Il pensiero ideologico è in declino nelle società moderne, ma con esso anche gli aspetti amministrativi del mondo con tutti i suoi sviluppi burocratici, protettivi, difensivi, normativi e, allo stesso tempo, anche il senso di appartenenze fondamentali, come la famiglia, la patria e l’etnia. Entriamo in una società di individui che aspirano a vivere liberi e sanno molto bene che per riuscirci devono necessariamente contribuire a rendere il potere economico il più esteso e duraturo possibile, dovendo quindi cooperare. Ciò che gli individui si aspettano da ogni genere di struttura è che abbia riguardo per questo potere economico e favorisca questa cooperazione attraverso la formazione delle persone, le infrastrutture pubbliche, la garanzia di libertà e di sicurezza, l’efficienza dei servizi e l’abbassamento dei costi e, infine, il rispetto dell’individuo come cittadino e come contribuente.
Il potere economico è ormai direttamente collegato al grado di interazione dei fattori e quindi del potenziale di interattività permesso dal sistema di ogni nazione. Si tratta di una vera rivoluzione, di cui è necessario considerare due aspetti. In primo luogo, le società evolute godono inizialmente di un notevole vantaggio per accedere al potere economico del futuro, il quale è fondato sull’interazione e sull’ottimizzazione di questa interazione. Se le nazioni benestanti continuano ad adagiarsi sui loro privilegi passati, vi è però il rischio che società meno avvantaggiate dalla Storia ma più dinamiche, possano emergere e sorpassarle. Il secondo aspetto riguarda il passaggio da un mondo di potenze economiche consolidate, utilizzate come supporto di una potenza geopolitica, di un’agiatezza sociale e di un’amministrazione ridondante, verso una società che mette tutti i propri mezzi al servizio della sua potenza economica a un costo psicologico e finanziario importante. Più un Paese tarda a intraprendere questa rivoluzione più il costo aumenta e inferiori sono le possibilità di successo.

