di Lucio Cornelio Silla –
La rivista Hérodote è una storica pubblicazione francese fondata da Yves Lacoste (il quale è ormai anzianissimo, ed è stato a lungo il maggior geopolitico europeo, responsabile della riscoperta della geopolitica negli anni ’70 dall’oblio in cui era caduta a seguito della Seconda Guerra Mondiale). Tale rivista francese è dedicata alla geografia, alla geopolitica, ed alle rappresentazioni geopolitiche. Hérodote, quale rivista geopolitica di lunghissimo corso (fondata negli anni ’70 ed ancora attiva), è nota per il rigore scientifico e per l’approccio critico, essa riunisce studiosi accademici ed esperti autodidatti – ma apportanti metodi epistemologici d’analisi geopolitica corretti, al fine di analizzare i rapporti di potere nello spazio, gli scontri di potere dello spazio, nonché le susseguenti trasformazioni dei territori in prospettiva geopolitica (non meramente in modo pluriscalare, bensì attraverso un’analisi multi-livello; sia geografica, che geopolitica).
Specificamente, il numero 150 della rivista Hérodote (nello specifico, Hérodote, numero 150, terzo trimestre, anno 2013), portante il titolo Regards géopolitiques sur la Chine, è stato interamente dedicato alla Repubblica Popolare Cinese (ed in parte anche alla formalmente conosciuta Repubblica Nazionalista Cinese, oggi generalmente indicata come Taiwan). Tale numero è stato curato dai due analisti geopolitici francesi Béatrice Giblin e Sébastien Colin, sotto la direzione vigile di Yves Lacoste. Tale opera esplora diversi aspetti della potenza cinese: dalla questione rurale al cambiamento climatico, dalle relazioni con Taiwan e l’Asia centrale fino alle tensioni con Giappone e India, senza tralasciare la proiezione globale verso l’Africa, e soprattutto, ancora d’interesse per noi oggi nel 2025, seppure a distanza di anni, quale la politica estera cinese sotto il leader Xi Jinping.
L’obiettivo di questo articolo è di rendere accessibili al pubblico non accademico ed al pubblico italiano più in generale, ma comunque interessato ad una geopolitica seria, i principali spunti emersi nelle analisi degli studiosi di Hérodote su cotale tematica: cioè mostrare come la rivista interpreti la Cina non solo come grande potenza emergente, ma anche come un mosaico complesso di sfide interne e proiezioni internazionali, che riflettono la natura dinamica e spesso contraddittoria della sua geopolitica e strategia.
Dunque la Cina emerge dalle analisi di Hérodote come una potenza globale in ascesa, ma attraversata da contraddizioni profonde. L’editoriale d’apertura osserva che “la puissance de la Chine inquiète une grande partie du mond”», cioè “la potenza della Cina inquieta gran parte del mondo”, ma allo stesso tempo ricorda come i nodi interni – dalla questione rurale al degrado ambientale – restino cruciali per comprendere la stabilità del sistema (Béatrice Giblin, in Regards géopolitiques sur la Chine, Hérodote, n.150, 2013, specificamente nell’editoriale pp. 3-9). La linea interpretativa è chiara: la Cina non è soltanto un attore internazionale ambizioso, ma anche un mosaico fragile di sfide interne e regionali: sottoposte ad una tensione fortissima, frutto di politiche d’industrializzazione, e di sviluppo infrastrutturale, perseguite con estrema forza mediante un duro decisionismo con finalità sviluppiste.
Lo studio poi passa di conseguenza all’analisi della politica interna e rurale della Cina a livello strutturale. Il primo grande tema riguarda la trasformazione interna: spinta dalla possente opera infrastrutturale e d’industrializzazione (di un paese che, fino a pochi decenni fa, era invece sostanzialmente agrario). Nello specifico, Sébastien Colin analizza il “défi rural”, ovvero la condizione di oltre 600 milioni di abitanti delle campagne ancora segnati da disuguaglianze economiche e sociali rispetto alle città. Le “tre questioni rurali” (“sannong wenti”): agricoltura, contadinato, e natura strutturale della campagna; restano irrisolte, a discapito del coesistere con un paese in forte sviluppo, e sono dunque una causa di una tensione interna a cotale stato nazione. Tutto ciò, nonostante le politiche di urbanizzazione e la graduale riforma del sistema di residenza (hukou). Questo squilibrio rappresenta uno dei maggiori fattori sensibili – quantomeno geograficamente e geopoliticamente apparenti – della realtà interna della Cina (Sébastien Colin, Le défi rural du «rêve chinois», Hérodote, n.150, 2013, pp. 11-26).
Quindi, lo studio geopolitico di cotale numero della rivista, invece, passa ad analizzare lo sviluppo industriale ed economico di tale paese. Concretamente Benoît Vermander evidenzia invece il ruolo crescente della responsabilità sociale d’impresa. Cioè, in Cina, la pressione della società civile e le nuove normative spingono le aziende a misurarsi con standard ambientali e sociali più stringenti, anche se la loro applicazione resta disomogenea e spesso strumentale. Cioè una legislazione ambientalista ed ecologica, non dissimile a quella messa in atto in occidente, persiste a lato di un’industrializzazione sfrenata che spesso e costantemente esula completamente da cotali parametri. Cioè, da un lato, cotale mutamento legalistico e dei regolamenti, seppure spesso solo formale, segnala un adattamento della Cina alle strutture economiche ad un modello di sviluppo più generalmente mondiale e globalizzato, che non può più essere fondato esclusivamente sulla crescita quantitativa dura. Ma che, dall’altro lato, convive con uno sviluppo industriale e di politica economica che spesso non tiene in realtà conto, a livello pragmatico e strutturale dello sviluppo di asset industriali – di cotale legalismo d’intenti e principi (Benoît Vermander, Développement durable et responsabilité sociale des entreprises en Chine contemporaine, Hérodote, n.150, 2013, pp. 27-45).
Perciò cotale situazione, soprattutto anche di fronte alla vasta e forte industrializzazione, apre la prospettiva ad una realtà immensa, soprattutto come un paese estremamente popoloso come la Cina: cioè, la “sfida ambientale”. Jean-Paul Maréchal si concentra sul cambiamento climatico, sottolineando come la Cina condivida con gli Stati Uniti d’America una posizione reticente rispetto agli impegni vincolanti internazionali. Seppure rimanendo aperta – come visto nell’analisi precedente, ad un legalismo d’intenti che lo tenga in considerazione (più similmente all’Europa). Tuttavia, il deterioramento della qualità dell’aria e dell’acqua in vaste aree urbane ha già effetti sulla salute pubblica, e ciò, spesso, impone nuove misure legislative ed igienico sanitarie ad hoc in certe città e territori. In sostanza, in Cina, questione ambientale si configura così come uno dei principali problemi emergenti a latere della crescita industriale ed economica, che, rispetto alla qualità di vita della popolazione, al tempo stesso, appare essere un banco di prova per la legittimità del Partito comunista cinese (Jean-Paul Maréchal, La Chine et le changement climatique, Hérodote, n.150, 2013, pp. 46-66).
Quindi, nel cuore del numero 150 di Hérodotee, si susseguono diversi contributi d’analisi dedicati alla proiezione strategica della Cina, analizzate tanto, da un lato, sul piano geopolitico quanto, dall’altro lato, su quello delle relazioni internazionali.
Sul fronte di Taiwan l’analista geopolitico Tanguy Lepesant analizza quelle che furono state, all’epoca (una decina di anni fa), le difficoltà legate alla presidenza di Ma Ying-jeou. Ad ogni modo, le questioni sono ancora attuali, anche per un lettore del 2025, in quanto sono rimaste, perché definite da una concretezza strutturale. Sostanzialmente, si definisce la situazione come un “impossible status quo”. Questo perché, nonostante l’intensificazione degli scambi economici, e anche l’intrecciarsi politico e manageriale, di fatto, la prospettiva di una riunificazione rimane lontana: per quanto sia un punto cardine e fermo della propaganda costante da parte della Repubblica Popolare Cinese. Nonché, altro aspetto analizzato, che rimane ancora essenzialmente attuale, è il fatto che la differenziazione di una doppia identità cinese: comunista in area continentale lato di nazionalista nella nazione insulare, sia ormai superata (o in fase di superamento, soprattutto per le nuove e più giovani generazioni). Poiché, a discapito d’una comunanza etnolinguistica su base han/mandarina, nella fattispecie, l’identità taiwanese si afferma sempre più distinta da quella della Cina continentale. Dunque, insularmente, la popolazione si identifica sempre più in una nazione distinta quale quella propria di Taiwan (Tanguy Lepesant, Les relations Chine-Taiwan sous la présidence de Ma Ying-jeou: l’impossible statu quo, Hérodote, n.150, 2013, pp. 67-86).
Quindi, si passa a fare una panoramica sull’Asia centrale, dove gli studiosi Marlène Laruelle e Sébastien Peyrouse mostrano come l’espansione cinese produca un forte impatto sulle trasformazioni sociali e spaziali delle repubbliche centroasiatiche: essendo sempre più influenzate commercialmente, economicamente, managerialmente, come anche politicamente (e di conseguenza, pian piano, culturalmente). In quanto, attraverso investimenti e rapporti bilaterali, Pechino si inserisce come attore chiave, ridimensionando il ruolo di altri protagonisti regionali, tra i quali anche quelli precedenti e di lunga data (Marlène Laruelle & Sébastien Peyrouse, “Chine à tous les étagesHérodote. L’impact du voisinage de la Chine sur les transformations spatiales et sociales centrasiatiques, Hérodote, n.150, 2013, pp. 87-102).
Nonché, dunque, per quanto riguardi il Giappone, l’analista geopolitico Philippe Pelletier interpreta i rapporti tra Pechino e Tokyo attraverso la metafora del “cane e dell’elefante”. In tale immagine, la Cina è l’elefante: grande, imponente, apparentemente destinata a imporsi con la sua mole storica, demografica ed economica; il Giappone, invece, è il cane: più piccolo, ma agile, capace di disturbare e ferire anche un avversario più grande. Questa rappresentazione mette in luce come, agli occhi cinesi, il vicino nipponico resti un interlocutore difficile e irritante, la cui influenza, pur limitata dalle dimensioni, continua a pesare sulla sicurezza e sull’immaginario geopolitico di Pechino. Sostanzialmente Pelletier sottolinea che tale visione affondi le sue radici nel XX secolo: dall’invasione giapponese degli anni ’30 alle atrocità della guerra sino-giapponese, fino alle tensioni odierne sulle isole Senkaku/Diaoyu. Cioè, per la Cina, il Giappone continua a costituire “un miroir”, uno specchio, e nella fattispecie uno specchio problematico, in cui si riflettono rivalità antiche ed anche, a discapito dell’enorme differenza di dimensioni, di profonde e strutturali paure di possibile accerchiamento. Dunque, da tutto ciò, ne deriva una situazione di “méfiance stratégique mutuelle”, cioè di «diffidenza strategica mutuale/reciproca», in cui la crescente interdipendenza economica – secondo gli ormai decennali parametri della globalizzazione – purtroppo non basta a dissolvere né le dispute territoriali né tantomeno le profonde diffidenze storiche (Philippe Pelletier, Le chien et l’éléphant. Le Japon au miroir de la Chine, Hérodote, n.150, 2013, pp. 103-131).
Dunque, si passa ad analizzare le relazioni con l’India, affrontate dall’analista geopolitica Isabelle Saint-Mézard. Il suo contributo prende le mosse dall’incidente di frontiera della primavera 2013, avvenuto in Ladakh, come caso emblematico per comprendere la natura conflittuale dei rapporti tra i due giganti asiatici (ancora oggi, a distanza di una decina d’anni, in quanto si tratta di questioni strutturali). Nella fattispecie, nell’analisi si ricorda come al momento della transizione al potere di Xi Jinping Pechino avesse moltiplicato gesti di apertura nei confronti di Nuova Delhi, alimentando speranze di progressi sui dossier di sicurezza. Tuttavia, proprio in quel frangente, la violazione della linea di confine da parte di reparti cinesi ha mostrato con forza la persistenza di un’asimmetria profonda e di un dilemma di sicurezza strutturale. In sostanza, l’episodio, definito da Saint-Mézard come “il più grave dalla fine degli anni ’80”, ha ricordato che, pur in un contesto di cooperazione economica crescente e di legami commerciali ormai consistenti, il confine himalayano rimanga un teatro di tensioni irrisolte. Contestualmente, dunque, in tale areale geopolitico, il cosiddetto principio dello “status quo” continua a essere richiamato da entrambe le parti, ma, a discapito di ciò, questo tende a indebolirsi – via via, anno dopo anno, tempo passante – per via di piccoli movimenti militari simbolicamente significativi lungo le alture himalayane (intrapresi, di volta da entrambe le parti). Quindi, per questo motivo, a distanza di un decennio dalla composizione di cotale analisi, cotale studio resta un riferimento imprescindibile per comprendere la strutturalità insita nella diffidenza reciproca che ancora oggi tenda a caratterizzare i rapporti tra Cina e India (Isabelle Saint-Mézard, L’incident frontalier du printemps 2013: un essai d’interprétation des relations sino-indiennes, Hérodote, n.150, 2013, pp. 132-149)
Perciò, nel penultimo studio (questione ancora attualissima), si passa ad analizzare la proiezione strategica ed economica della Cina in Africa, effettuata da Jean-Pierre Cabestan attraverso una prospettiva eminentemente geopolitica. La presenza cinese viene descritta come il portanti “nuove responsabilità” e “nuove sfide”: per tutti gli attori coinvolti: in quanto cangianti profondamente la realtà strutturali e gli allineamenti internazionali (sia economici che politici) di quella che era l’Africa neocoloniale degli ultimi decenni della seconda metà del ‘900. In sostanza, si evidenzia, come la cooperazione tra la Cina ed il Sud del Mondo, sia nella forma, che nella sostanza, in modo lento ma consistente e costante, ed con un esponenziale crescendo, stia cambiando e trasformando il panorama africano (rispetto a quello che eravamo abituati a conoscere in precedenza). Difatti, attraverso grandi investimenti in infrastrutture (ferrovie, porti, dighe), i quali sono effettuati a lato di una vasta penetrazione commerciale ed economica più in generale (quant’anche manageriale e d’investimento di capitali), siano, presi all’unisono, tanto mezzo per la consolidazione della propria immagine di partner di sviluppo, quanto effettivi pilastri strutturali della propria proiezione strategica in loco. Questo porta Pechino a distinguersi, in un certo senso, dal precedente modello occidentale, più basato su d’un immediato sfruttamento di mercati o risorse. Tuttavia, dietro l’apparente sviluppo, si cela anche uno squilibrio profondo: laddove la Cina si erge a peso decisamente maggioritario rispetto ai minori partner africani (per quanto apportante sviluppo sui loro territori e nelle loro società). Quindi Cabestan sottolinea come l’ascesa della Cina a “puissance mondiale en devenir”, cioè «potenza mondiale in divenire», passi dall’Africa, primo e più immediato banco di prova delle sue ambizioni globali. Qui Pechino non solo si garantisce accesso a basso costo per risorse cruciali da essere utilizzate nel proprio apparato industriale, ma, anche, sperimenta strumenti di soft power e presenza militare (come a Gibuti). Non a caso, difatti, crescono – e carsicamente si sviluppano – diffidenze e accuse di pratiche neo-coloniali anche contro Pechino: in quanto la proclamata “cooperazione”, pur apportando uno sviluppo maggiore della precedente penetrazione economica occidentale, appare comunque trasformarsi in percezione di asimmetria e di nuovo, seppur diverso, neo-colonialismo (Jean-Pierre Cabestan, Les relations Chine-Afrique: nouvelles responsabilités et nouveaux défis d’une puissance mondiale en devenir, Hérodote, n.150, 2013, pp. 150-171).
In conclusione, l’ultima analisi del numero 150 di Hérodote, Regards géopolitiques sur la Chine (2013), affronta quello che può essere definito il vero “pezzo grosso”, non solo per la sua rilevanza allora, ma soprattutto per la sua attualità ancora oggi, nel 2025. Si tratta della riflessione sulla geopolitica strategica della Cina sotto la leadership di Xi Jinping, interpretato come capo, conduttore e frontman delle élite politiche e strategiche di Pechino. Quindi, lo studioso Mathieu Duchâtel evidenzia come Xi abbia abbandonato la linea di prudenza che caratterizzava l’era di Deng Xiaoping, secondo la quale la Cina doveva “nascondere le proprie capacità e attendere il momento opportuno”. Al contrario, sin dall’inizio del suo mandato Xi Jinping ha puntato a un ruolo più assertivo sulla scena internazionale, perseguendo una “parité stratégique sino-américaine en Asie orientale”, cioè «la parità strategica sino-americana in Asia Orientale». Tale apparentemente titanico obiettivo non si limita al piano simbolico, ma si traduce in un’accresciuta volontà di bilanciare e contrastare la presenza degli Stati Uniti nella regione del Pacifico. Questa scelta ha due conseguenze principali: da un lato rafforza le ambizioni globali di Pechino, che vuole essere riconosciuta come potenza pari a Washington (ponendosi come disposta a tutto rispetto a tale fine); mentre, dall’altro, accresce il rischio di crisi regionali, poiché la ricerca di una simmetria strategica alimenta una dinamica di diffidenza reciproca e di tensione permanente. Perciò, Duchâtel mostra come le nuove linee guida della politica estera cinese si traducano in un rafforzamento delle capacità militari (vastamente sostenute da un imponente complesso asset produttivo-industriale), in una maggiore visibilità diplomatica, e in un uso crescente degli strumenti economici come leve geopolitiche. Non a caso, già nel 2013, dunque, l’autore metteva in guardia sul fatto che la Cina di Xi si collocava in un’era diversa da quella dei suoi predecessori: più aperta al confronto, meno disposta ad accettare subordinazioni, e decisa a ridefinire gli equilibri asiatici. Una traiettoria che, col senno di oggi, appare come la premessa a molte delle tensioni che segnano il quadro internazionale del 2020-2025, dalle dispute nel Mar Cinese Meridionale alla crescente rivalità tecnologica e militare – ed industriale – con gli Stati Uniti (Mathieu Duchâtel, La politique étrangère de la Chine sous Xi Jinping, Hérodote, n.150, 2013, pp. 172-190).
Ancora e soprattutto per noi oggi nel 2025, il numero 150 di Hérodote, titolato Regards géopolitiques sur la Chine, seppure del 2013, rappresenta un contributo fondamentale per comprendere la Cina come crescente potenza in trasformazione, sospesa tra fragilità interne e ambizioni globali. Le analisi raccolte mostrano con chiarezza come Pechino, sotto la guida delle sue élite, cerchi di coniugare sviluppo economico, controllo sociale e proiezione internazionale, ma al prezzo di tensioni irrisolte: dalle questioni rurali, all’emergenza ambientale (rilevante internamente solo quando immediatamente compromettente la vita dei cittadini), dai rapporti problematici con i vicini regionali (tra cui Cina e Giappone) fino alla, per noi oggi rilevantissima, competizione strategica con gli Stati Uniti. Dunque, letto odiernamente, nel 2025, questo volume non appare soltanto come un’analisi passa, bensì come un testo strutturale, e quindi ancora odierno, alfine capace di anticipare molte delle linee di frattura che definiscono l’attuale scenario mondiale sia geopolitico che economico, che strategico, che di relazioni internazionali. Perciò, in questo senso, tale volume, non solo illumina il passato recente, ma fornisce ancora strumenti essenziali per interpretare il presente e il futuro della potenza cinese, intuire, di rimpetto, le possibile risposte americane, ed avere sotto gli occhi, in modo realistico e concreto nel suo concreto essere, la corrente ed odiernamente presente situazione geopolitica mondiale.












