di Enrico Oliari –
Il 28 novembre a Vienna si è consumata un’importante battaglia della guerra economica in corso su più fronti. Di certo dietro alla cordata rappresentata dall’Arabia Saudita, che ha inondato il pianeta di petrolio facendone crollare i prezzi, c’è il disegno dell’asse Usa-Ue finalizzato ad attestare un duro colpo all’economia russa, ma non solo.
Per comprendere la portata del problema basti vedere le quotazioni odierne del petrolio: il Brent (riferimento del petrolio europeo) nel febbraio 2012 a causa delle tensioni fra l’Occidente e l’Iran era arrivato a 124 dollari al barile, contro i 58 di oggi; il Wti, riferimento del petrolio Usa, è a 53 dollari al barile; l’Urals, quello russo, è venduto a 56 dollari.
Gli Usa possono permettersi un simile stato delle cose in quanto la produzione di petrolio lì avviene tramite un complesso processo di estrazione dal scisto bituminoso (shale oil) e da una successiva purificazione tramite agenti chimici, passaggi che fanno costare la produzione del petrolio statunitense non meno di 100 dollari al barile: fra produrlo a 100 dollari ed acquistarlo a 60, conviene la seconda scelta.
A non reggere l’impatto della svalutazione dell’oro nero sono quei paesi che appoggiano gran parte della propria economia sulla produzione di energia, ma la cui estrazione e purificazione si mantiene su prezzi elevati: se estrarre petrolio in Kuwait costa pochi dollari e per di più si raccoglie praticamente benzina, servirsi delle piattaforme oltre il Circolo Polare Artico, raffinarlo in Russia e da lì esportarlo costa assai di più.
Ecco perché il ministro russo delle Finanze, Anton Siluanov, aveva lanciato l’allarme già il 24 novembre, pochi giorni prima del vertice Opec, affermando che “Stiamo perdendo 40 miliardi di dollari all’anno a causa delle sanzioni e stiamo perdendo circa 90 – 100 miliardi di dollari a causa del calo del 30% del prezzo del petrolio”. Una batosta, se si pensa che l’introito per la vendita di gas all’Unione Europea è di 130 miliardi di dollari l’anno, cosa che rappresenta buona parte dell’export (la vendita di armi assicura 15,7 miliardi di dollari). Da notare che Siluanov parlava il 24 novembre, quando il prezzo dell’Ural era a 73 dollari al barile, mentre oggi è a 56 dollari.
Le conseguenze per la Russia sono sotto gli occhi di tutti: l’Istituto federale di Statistica ha dato la crescita dell’inflazione settimanale allo 0.9% e per il 2015 l’inflazione all’11,5%, ben oltre le più nere previsioni; il rublo è in caduta libera, tanto che oggi per acquistare un euro servono quasi 72 rubli, praticamente carta straccia: la cosa ha spinto ieri la Tesoreria federale, che lamenta il fatto di non potersi rifornire di liquidità sui mercati occidentali, a mettere all’asta depositi per 3 miliardi di dollari per 28 giorni, un’offerta rivolta alle banche che così potranno acquistare non meno di 300 milioni di dollari al tasso medio ponderato del 2,66%, abbattuto dell’1,6% rispetto ai tassi di mercato.
Bloomberg, che ha raccolto i pareri di 32 economisti internazionali, ha dato come concrete le possibilità che la Russia nei prossimi 12 mesi possa entrare in recessione, cosa (a fatica) ammessa dallo stesso Vladimir Putin nel discorso di fine anno.
Dietro a un simile attacco potrebbe esservi la volontà di ledere la leadership di Putin, il quale si sta rivelando come grosso problema agli occhi dei poteri economico-finanziari russi, ma anche delle massaie che ogni giorno devono fare la spesa.
Un altro nemico giurato di Washington è il Venezuela di Nicolas Maduro, il quale una volta tanto ci azzecca nel blaterare che i problemi del suo paese sono imputabili a chi sta più a nord: nel paese latino-americano, membro dell’Opec e fra i primi produttori al mondo, il prezzo del greggio sceso sotto i 50 dollari, cosa che sta dando la mazzata finale alla sgangherata economia venezuelana, per cui l’erede di Chavez si è dimostrato incapace di gestire la situazione.
Per Maduro gli Stati Uniti stanno conducendo una “guerra del petrolio”: “A metà settembre il petrolio venezuelano era a 95 dollari al barile, oggi è a 48 dollari al barile”, ha affermato il presidente in un comizio.
Il petrolio venezuelano rappresenta il 96% delle esportazioni del paese, ma il governo di Caracas nelle previsioni di bilancio per il 2015 aveva stimato un prezzo di 60 dollari al barile. Bilancio da rifare, con tagli alla spesa e nubi nere all’orizzonte.
Maduro ha tuttavia assicurato che non saranno toccati gli investimenti nel settore sociale e che il Venezuela ha risorse sufficienti per rispettare i suoi impegni internazionali in materia di credito.
Il vertice di Vienna ha eletto il nuovo presidente, che sarà in carica dal 1 gennaio 2015 e che sarà anche la prima donna a ricoprire tale ruolo: si tratta della nigeriana Diezani Alison-Madueke, attuale ministro del Petrolio del proprio paese.
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