di Giovanni Caprara –
Non è immediata la distinzione fra la guerra di religione e quella classica tesa a risolvere le dispute politiche, in quanto ambedue mirano a primeggiare sull’avversario mediante l’uso della forza. La prima ha la finalità di imporre un determinato credo, ma la condotta dei belligeranti non dovrebbe includere episodi di violenza fine a se stessa, in quanto contrari all’etica religiosa. La guerra è un paradosso se affiancata agli insegnamenti pacifisti della dottrina cattolica, ma in questa è contemplata quella difensiva.
Il papa, al rientro dalla Corea del Sud, ha affermato che è lecito combattere l’ingiusto aggressore, una dichiarazione che parrebbe essere in antitesi con gli insegnamenti cristiani, ma in realtà è una rilettura del Catechismo della Chiesa cattolica, al n. 2309, nel quale viene giustificato l’intervento militare, benché regolamentato da condizioni restrittive. Una di queste è l’estrema ratio, ossia quando non esiste ulteriore possibilità di dialogo, ma il passaggio di maggior peso è nella specifica che l’uso della forza dovrà preludere ad una speranza di successo. Dunque l’autorizzazione ad un intervento militare non potrà prescindere dalla certezza della vittoria.
La Costituzione pastorale, al riguardo è più precisa: non si deve negare ai governi il diritto alla difesa, e nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, l’argomento si estende alle Forze Armate, le quali sono definite legittime per la garanzia della difesa dello Stato.
Joseph Ratzinger, quando era ancora cardinale, definì renitenti gli stati che non si sarebbero schierati militarmente in opposizione ad una ingiusta invasione, reputando negativo il pacifismo assoluto, in quanto favorirebbe la capitolazione all’iniquità.
Questo è un passaggio fondamentale, che autorizza il cattolicesimo ad assurgere alle armi in opposizione a fazioni quali lo Stato Islamico.
Di fatto si sottintende che non combattere l’Isil, inteso come evento negativo nei confronti della dottrina cattolica, equivale a cagionarlo, rendendosi inoltre colpevoli di negligenza alla responsabilità oggettiva di averne agevolato l’espansione. Ciò si traduce con l’uso della forza per impedire un’aggressione, e disattendere questo dettame vuol significare un’indiretta collaborazione all’aggressione stessa, con la complicità all’impedimento della pace futura.
È specificato che un’eventuale guerra intrapresa da uno stato cattolico dovrà essere giusta, ma per essere tale non potrà provocare vittime tra i non belligeranti e non considerare il nemico come inumano.
Variabili troppo labili per essere rispettate.
Nel Vangelo è riportato che non si deve rendere male con male, ma San Francesco giustificò le ostilità contro l’Islam perché bestemmiava il nome di Cristo, allontanando da esso quelli che avrebbero voluto seguirlo. Le crociate furono benedette da San Bernardo da Chiaravalle, teorico e capo spirituale dei Templari, con la frase “se il fine è giusto non può essere sbagliata la lotta”. Forse l’apice di una religione dai risvolti guerrieri.
Il solo contemplare la necessità di un conflitto è sbagliato, in quanto l’uccisione di un essere umano, in questo caso inteso come unità belligerante, è contraria a qualsiasi credo, ed anche perché la natura dell’uomo tende a reazioni difficilmente controllabili, come l’autodifesa. Un riflesso che potrebbe provocare l’assassinio di inermi civili, estendendo pertanto il conflitto ai non belligeranti, contravvenendo al diritto fondamentale dell’Uomo.
Le barbare azioni di violenza perpetrate dal Califfato sui civili e militari resi prigionieri, dimostrano che non è più guerra di religione ma di conquista e prevaricazione, perseguita con il terrore. Combattere le formazioni estremistiche islamiche tramite la guerra giusta è utopia, rimane valida solo la diplomazia, coadiuvata dalla religione, ma quella che non prevede azioni violente, altrimenti nessun dialogo sarà possibile.
Nell’immagine: Bernardo da Chiaravalle (1090 – 1153)
